È tornata in Italia, a Milano, per pochi giorni, Carola Rackete, la "Capitana" della Sea Watch, la nave dell'ong tedesca ferma da 145 giorni, arrestata il 29 giugno scorso a Lampedusa con l'accusa di aver forzato il blocco della Guardia di Finanza per far sbarcare i migranti salvati in acque libiche e il cui arresto non è stato convalidato per decisione del gip Alessandra Vella, avendo la trentunenne tedesca agito in presenza di «uno stato di necessità»: portare a terra i rifugiati.

È tornata a Milano su invito della Fondazione Feltrinelli e dell'eurodeputato Pierfrancesco Majorino, per incontrare la società civile con rete People e Casa Comune. Duecento invitati selezionati e controlli dalla polizia e dal metal detector all'ingresso. «Ci sono dei problemi di sicurezza per me qui - ha raccontato Carola, che ha appena pubblicato "Il mondo che vogliamo" con Garzanti e i cui proventi saranno devoluti a un'organizzazione che si occupa di rifugiati - sono vittima dell'hate speech, lo sapete quel che circola in rete, non solo in Italia ma anche in Germania e in Gran Bretagna, ma non mi fa molto effetto. Mi fa molto più effetto il razzismo verso le altre persone, le discriminazioni e le ingiustizie sociali che ci sono nel mondo. Quello che oggi si può fare per cambiare questo stato di cose è mettersi assieme per lottare per gli stessi obiettivi, per difendere i diritti umani, come stiamo facendo stasera».

«Noi viviamo in un continente ricco e che vive in pace, tenendo le frontiere chiuse e riportando le persone in posti dove vengono violati i diritti umani e dove le persone muoiono. L'ambiente sta vivendo un momento devastante, bisogna agire per la giustizia sociale in tutti i Paesi del mondo», ha concluso