«Purtroppo nella nostra città, i teatri così come i cinema chiudono invece di aprire. Si tratta di uno strano allontanamento progressivo dalla cultura che si sta verificando proprio nel momento in cui nulla potrebbe essere più aggregante del fare teatro, o musica». Fanno riflettere le parole di Gigi Proietti, attore di teatro e di cinema, registra teatrale, doppiatore e cantante, uno degli artisti più eclettici del panorama italiano degli ultimi cinquant'anni.

Da ieri, al suo curriculum vitae, ha aggiunto anche un'altra qualifica, quella di Professore Emerito Honoris Causa (Distinguished Professor). Il titolo gli è stato assegnato durante una coinvolgente cerimonia tenutasi presso l'Auditorium "Ennio Morricone" della macroarea di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma Tor Vergata, alla presenza di una platea molto numerosa di giovani e meno giovani, appassionati di teatro o semplicemente innamorati di questo grande artista romano. Tra le motivazioni con cui l'Università tutta e il Rettore, Giuseppe Novelli, hanno deciso di assegnargli questo titolo si legge: «Proietti diventa una parte importante, ma soprattutto virtuosa, della storia della città di Roma, in un tenace tentativo di mantenere in dialogo fra loro le componenti sociali e culturali di un insieme culturale che si stava e forse si sta ancora disgregando».

Parola al Professore Emerito

Nel corso della cerimonia sono stati diversi i temi trattati da Gigi Proietti, a partire dal suo primo incontro con il teatro. «Cantavo nei night club, non è che studiassi molto, facevo le 5 della mattina e mi alzavo alle 5 del pomeriggio. Le provavo tutte, provai anche con la squadra di basket ma non mi presero. Poi provai con il cut, il centro universiario di teatro. Ma non ne sapevo nulla di teatro. D'altronde venivo pur sempre dalla periferia, dar Tufello. Fatto sta che mi chiamarono. Da lì iniziai anche ad andare a vedere qualcosa a teatro e mi colpì il fatto che era colorato. Fino a quel momento me l'ero immaginato in bianco e nero, chissà perché».

Ha parlato, poi, di un vizio del teatro italiano: «Se uno vuole interpretare un testo teatrale magari classico venendo dalla critica letteraria, spesso è tentato di mettere in scena non il testo ma la critica che se ne fa. E questo è uno dei vizi del nostro teatro. Magari uno va a vedè Amleto e invece vede Tarzan». Non si è fatto scappare, inoltre, la recitazione di qualche sonetto in romanesco. Ma, soprattutto, ha dato prova della passione per il suo mestiere perché «chi fa teatro deve amare quasi in maniera sacra il luogo dove lavora. "Domani c'ho da fa', non posso venì". No, o lo fai o non lo fai», ha detto.