Era ancora pieno inverno, la Roma sembrava essersi rimessa in carreggiata in campionato, con un ottavo di finale di Champions da disputare se non da favorita almeno con pari possibilità rispetto agli avversari portoghesi. In panchina sedeva Di Francesco, saldo al suo posto restava Monchi e finalmente la Coppa Italia pareva essere un obiettivo concreto. Fino a quando è arrivata quella scellerata serata del Franchi, che ha spazzato via la possibilità di portare a casa un trofeo e insieme a quella tante certezze. Prima fra tutte la consapevolezza di essere una squadra forte, tecnicamente e soprattutto mentalmente.

Che la Roma attuale sia figlia della disfatta fiorentina non è dato saperlo. Certo è che - quantomeno simbolicamente - da quel giorno la squadra si è sgretolata. Da allora sono trascorsi due mesi appena e i cieli sopra Trigoria si sono ulteriormente addensati di nubi. È cambiato tutto: dalla guida tecnica alla direzione sportiva, dalle ambizioni alla sensazione divenuta flebile di poter tornare in corsa per le posizioni che contano. Un senso di scoramento generale ha accompagnato il finale dell'ultima partita casalinga, ennesima delusione di un'annata che proprio non vuole saperne di riaccendere speranze.

E allora a cosa appellarsi per ripartire, peraltro a soli tre giorni di distanza? Il gruppo di giocatori che indossano senza grande costrutto la maglia giallorossa appare sfibrato, amorfo, svuotato. Di energie e idee. Quasi come attendesse il finale di questa disgraziatissima stagione con senso di inerzia. Eppure sarebbe facilissimo trovare le motivazioni questa sera, dare fondo alle riserve di carburante e moltiplicarle con la forza dei nervi. Basterebbe ripensare a quella sera di fine gennaio, a un risultato che nell'ultimo quindicennio ha preso le inquietanti sembianze di un vizio recidivo. Tenere bene a mente l'incubo rimaterializzato a Firenze - contro un avversario tutt'altro che impossibile e in un torneo niente affatto trascurabile - per ritrovare nuova linfa. Per dimostrare di avere ancora un residuo di amor proprio, se non per la Roma, da tramutare in senso di rivalsa.

Lo stesso Ranieri si è esposto alla vigilia, stuzzicato sul ricordo della cocente eliminazione, anche se all'epoca non era ancora tornato ad allenare nella sua città: «Me lo auguro, spero che sia la benzina che ti fa reagire. Su questo ci dobbiamo proiettare, sette gol nella partita di Coppa sono tanti». La vendetta perfetta consisterebbe in un risultato roboante, di quelli senza appello, da rendere con gli interessi a chi ci ha fatto sprofondare nell'incubo. Ma nella fase attuale basta una vittoria, anche striminzita, purché portatrice di ossigeno prezioso a un gruppo che nel mese di marzo ha boccheggiato.

Quattro sconfitte nelle ultime cinque partite: la sola vittoria - in casa con l'Empoli - soffertissima, ben oltre il lecito, nel giorno del debutto del nuovo tecnico. Corollario del periodo nefasto, la lunga serie di infortuni: soltanto negli ultimi giorni l'infermeria si sta svuotando, concedendo una varietà di scelta cui attingere ancora con cautela. Troppo recente la sequenza di ko che ha decimato la rosa per non tenerne conto. Eppure la classifica impone qualche valutazione forte, anche impopolare se necessario. I giallorossi sono scivolati al settimo posto, ai margini della zona che vale l'Europa (anche quella minore), con la Sampdoria alla quale faranno visita sabato che li tallona a soli due punti di distanza. Nonostante il distacco da terzo e quarto posto sia rimasto immutato e teoricamente ancora colmabile, le ultime prestazioni hanno costretto a un'immersione in pieno realismo. E adesso soltanto ad associare la parola "Champions" alla Roma si rischia il pubblico ludibrio. Ecco, se questa squadra ha ancora un po' di orgoglio, dovrebbe cercare di smentire la convinzione diffusa. Iniziando da stasera, per lavare l'onta di due mesi fa.