Invocata come uno stanco mantra dall'inizio della stagione, la questione mentale diventa l'elemento principale nell'approccio della Roma alla partita di stasera contro il Milan. Il punto, però, non può essere quello invocato finora da Di Francesco, ossia che la squadra non riesce a stare dentro la partita per tutti i novanta minuti. Il tema fondamentale è semplicemente una questione da uomini: come si reagisce a un'umiliazione? A questa domanda è difficile trovare una risposta, soprattutto nello sport. Sappiamo però quello che la Roma non dovrà fare: per prima cosa non dovrà cercare alibi assumendosi le responsabilità che derivano dall'indossare la maglia giallorossa. Per rimanere in tema, anche la cosiddetta questione mentale è un alibi che ha stancato, forse anche gli stessi calciatori. Pensare a se stessi, poi, è un'altra cosa da non fare.

Basta "fenomenite"

Esiste solo la squadra, per la quale dare l'anima fino all'ultimo secondo di recupero. Guarire dalla "fenomenite" è il primo passo verso la normalità di una squadra di calcio, che sia malata o non guarita (dove sta la differenza?). Pensare alla squadra, tradotto sul campo, significa in primis aiutare il compagno in difficoltà, ma anche non cadere nelle provocazioni dell'avversario. Significa avere la forza di abbassare la testa ed essere pronti a caricarsi i compagni sulle spalle, caricarsi la Roma e portarla in salvo. Firenze, probabilmente, è stato un punto di non ritorno. Difficile, vista la storia della Roma di quest'anno, pensare a un incidente di percorso. Ci piacerebbe molto poterlo pensare e scrivere. Ma quando si ricade sempre negli stessi errori, onestà vuole che non si possa più parlare di casualità. La Roma, questa Roma, è così. O, almeno, finora è stata così. A voler essere ottimisti si potrebbe parlare di un anno di transizione, di una stagione che, grazie al lancio di tanti giovani, potrebbe essere il trampolino per future soddisfazioni. Certo, potrebbe. Però non si può continuare così. Come se in questa stagione di transizione (andiamo per la versione ottimistica), tutto sia consentito.

Rinunciare non è da Roma

Stasera c'è il Milan. Per la prima volta in questo campionato la Roma è rimasta imbattuta per quattro partite consecutive (tre vittorie e lo sciagurato pareggio di Bergamo) e in questo parziale ha sempre segnato almeno due gol. Per assurdo, con una vittoria la Roma potrebbe trovarsi quarta. Avrebbe, cioè, raggiunto l'obiettivo minimo fissato a inizio stagione. Ma non basta, non può bastare una vittoria scaccia-crisi o un piazzamento consolatorio per cancellare l'umiliazione, la vergogna, la stanchezza nel vedere certe scene in campo. Ci vuole un cambio di rotta totale, che riconsegni tutto il mondo Roma alla sua storia che, come sappiamo bene, non è fatta - purtroppo - di vittorie, ma di orgoglio, senso di appartenenza e coraggio. Qualcuno ha avuto la percezione di queste caratteristiche nella Roma di quest'anno? Continuando con la chiave di lettura ottimistica, potremmo rispondere: «Raramente». Il 2 a 1 dell'andata contro il Milan è stato il primo segnale della superficialità con la quale la Roma ha affrontato alcune partite. Un match che andava vinto a spasso, visto il valore di quel Milan, ma che venne malamente perso al quinto minuto di recupero dopo che la squadra giallorossa si era di fatto consegnata ai rivali, rinunciando a inseguire la vittoria fino alla fine. Rinunciare non è da Roma, ma è un atteggiamento al quale ci stiamo progressivamente abituando. Non può essere così. Al di là di chi andrà in campo, di chi siede sulla panchina, di chi è al timone della società, la Roma non rinuncia. E non accetta le umiliazioni. Così, la partita di stasera dovrà essere ricordata come il primo passo verso una nuova consapevolezza. Perché stasera non si può continuare con gli alibi, con la ricerca del capro espiatorio e con la "tenuta mentale". C'è un'intera città da riconquistare.