Dimenticate tutto quello che credete di sapere su Calciopoli e lasciatevi trasportare in un viaggio ai confini della realtà. Guidati dal grande protagonista di quel triste spaccato del calcio italiano. L'isola di Moggi si materializza solo per una notte a Ischia, nel golfo di Napoli. Un luogo dove la realtà calcistica così come la conosciamo, è fatta a pezzi e la verità lucianiana smaschera il grande inganno. Tribunali, federazione e giornali, hanno tutti contribuito al complotto pallonaro per far fuori il club e il dirigente che in Italia dominavano in lungo e in largo. Quanti avranno il coraggio di prendere la pillola rossa e vedere quanto è profonda la tana del Bianconiglio? A guidarci in questo viaggio, non è l'affascinante Morpheus, con i suoi occhialini da sole tondi inforcati sul naso e il lungo cappotto di pelle in stile Matrix. Ma è proprio Big Luciano, con il suo anonimo giaccone scuro, le lenti da vista e l'immancabile sigaro. Prima di addentrarci in questo racconto, è doveroso chiarire le circostanze che ci hanno portato ad interessarci a questa serata.

Nelle scorse settimane lo Juventus Club di Ischia - gruppo ufficialmente riconosciuto dalla realtà dei club bianconeri e presente da diversi anni in pianta stabile all'Allianz Stadium - organizza una serata in cui l'ospite d'onore è Luciano Moggi definito "il dirigente più competente del mondo", come si legge sulla locandina dell'evento. Bisogna vedere di cosa... Se è vero che Lucianone nel corso della sua lunga carriera ai vertici del calcio, ha conquistato tutto il conquistabile, non è possibile dimenticare come molte di queste vittorie siano arrivate. Sicuramente non lo hanno dimenticato i dirimpettai degli ischitani bianconeri, se non fosse chiaro l'isola dista poco più di un'ora di traghetto da Napoli, che a ridosso dell'evento hanno cercato di mostrare il proprio disappunto in tutte le forme. A queste latitudini l'astio anti-juventino raggiunge i picchi più alti d'Italia così nei giorni scorsi qualcuno ha contattato telefonicamente gli organizzatori della cena insultandoli pesantemente e minacciando di rovinargli la festa. Per questo la scelta della sede è ricaduta su un ristorante in una località montana, lontana dal porto e dal centro e di conseguenza da sguardi indiscreti. Trovare il locale non è stato facile e quando arriviamo sul posto all'entrata ci accoglie un posteggiatore che sospettoso ci chiede subito se fossimo indirizzati al "Luciano Moggi Day".

All'ingresso ci sono anche due carabinieri. Necessari, ci spiegheranno all'interno, a mantenere l'ordine pubblico e evitare possibili "scherzetti" da parte di qualche tifoseria avversa. All'ingresso ci viene chiesta una prova della nostra juventinità (all'idea rabbrividiamo ancora) e ci mettiamo non poco a convincere l'uomo alla porta della nostra buona fede. Acconsente a farci partecipare alla cena ma ci avverte che sarà fatta "una verifica social". La supereremo con una piccola invenzione. Una volta dentro è facile distinguere il tavolo al quale sarà seduto "il direttore", dove svetta un palloncino che ha la forma della coppa della Champions League. L'attesa dura poco. Annunciato dalla fibrillazione della sala, varca la porta del ristorante Luciano Moggi. Lo accoglie un'acclamazione da stadio e un lungo applauso che lo accompagna fino alla sedia.

C'è tempo solo per pregustare un ricco antipasto poi è tempo di immergerci nell'argomento della serata. Moggi è pronto, ancora una volta, a smentire il grande inganno. E a rovesciare i verdetti della «buffonata» messa in piedi dal Tribunale di Napoli. È pronto a raccontare la sua verità perché «tutti parlavano con i designatori arbitrali» perfino la Juventus che «però lo faceva solo per lamentarsi ma non ha mai chiesto aiuti a nessuno». Solo con questa inchiesta si sarebbe potuta fermare una squadra «imbattibile» sul campo. Lo dimostrerebbe la scelta «mirata delle intercettazioni utilizzate dalla procura che hanno volutamente salvato l'Inter», la squadra che dal terremoto del 2006 ha ereditato proprio dai bianconeri lo scettro di regina della Serie A. Le decisioni di Galliani che da presidente della Lega «fece spostare di una settimana il recupero dopo la morte di Papa Wojtyla per recuperare Kaka dall'infortunio» e favorire il Milan. Dal disegno complottista non sfugge nemmeno la Roma che avrebbe vinto lo scudetto del 2001 grazie a Gianni Petrucci che «cambiò le regole sugli extracomunitari in corsa per permettere a Nakata di giocare Juventus-Roma». Tutti virgolettati di Moggi tra un primo e un secondo, la sua solita partita.

Il suo discorso assume toni da terrapiattista quando afferma che la Juventus si trovava a lottare contro i poteri forti: «Avevamo contro la Lega, la Federazione, gli arbitri, il Coni e tutti quelli che comandavano». Il carnefice che si trasforma in vittima in un racconto dell'assurdo. Il resto è un'accorata autodifesa di un uomo che sembra tormentato dai fantasmi del passato. La serata si chiude con foto e autografi con l'ex dirigente e quelli che hanno resistito oltre la mezzanotte. Poi Moggi scompare a bordo di un'auto nel buio di Ischia. Si porta con sé un passato che ormai è storia perché la radiazione a vita e la retrocessione della Juventus restano fatti che nessuno potrà mai cancellare. Nemmeno su un'isola.