Sarà un avversario davvero temibile, soprattutto in Ucraina. Tre vittorie su quattro incontri casalinghi del girone sono il biglietto da visita dello Shakhtar Donetsk che in Champions League ha sempre fatto penare i colori giallorossi. Guai, però, a chiamare quella di Kharkiv una "partita in casa" per i minatori ucraini: per lo Shakhtar quelle, ormai, non esistono più da tre anni. Strano destino, quello che ha accoppiato la Roma in questa Champions League allo Shakhtar e al Qarabag Agdam. Due squadre esuli, che non possono più mettere piede nel proprio stadio e giocare di fronte alla propria gente. Il caso del Qarabag è lo spettro di quello che lo Shakhtar potrebbe essere tra vent'anni, visto che gli azeri non vedono dal 1993 la propria città natale, rasa al suolo dall'esercito armeno proprio mentre loro vincevano il primo scudetto.

La ferita dello Shakhtar è più recente e risale all'11 maggio 2014, la data in cui la squadra si aggiudicò il quinto titolo nazionale consecutivo, il nono della sua storia. Dopo un mese di combattimenti tra l'esercito ucraino e le forze separatiste filorusse nell'area del Donbas, si tenne un controverso referendum indetto dai secessionisti. Fu così che le regioni di Donetsk e Luhansk dichiararono l'indipendenza dall'Ucraina, autoproclamandosi "Repubbliche Popolari". Da allora lo Shakhtar ha fatto le valigie, come anche altre due squadre dell'area del Donbas, i concittadini dell'Olimpik e lo Zorya Luhansk. I giocatori furono alloggiati presso l'Opera Hotel di Kiev e il campo da gioco venne spostato nella lontana Leopoli, a più di mille chilometri da Donetsk, dove la squadra venne accolta tiepidamente. L'esilio coincise anche con un periodo di declino, in cui lo Shakhtar dovette cedere lo scettro alla Dinamo Kiev per due stagioni.

Lo spostamento del campo di gioco da Leopoli alla Metalist Arena di Kharkiv è avvenuto a inizio 2017: a 241 km da Donetsk, la città rappresenta un palcoscenico più caldo e partecipato della Lviv Arena per lo Shakhtar. Anche perché la crisi ucraina ha privato Kharkiv della propria squadra, il Metalist, fallito dopo la fuga del suo proprietario Kurchenko, uomo vicino al deposto presidente Yanukovych. La città era già stata valutata come nuova sede nel 2014, ma le trattative non erano mai andate in porto: troppa la preoccupazione delle autorità locali per la sicurezza pubblica, vista la vicinanza di Kharkiv alla zona di conflitto.
A Kharkiv l'allenatore portoghese Paulo Fonseca ha risuscitato i minatori, ricompattando la "colonia brasiliana" stabilita dal suo predecessore, il leggendario Mircea Lucescu, nel frattempo salpato alla volta di San Pietroburgo e dello Zenit. Lo scudetto 2016/17, vinto con 13 punti di distacco sulla Dinamo Kiev, poi il passaggio del girone di Champions con tre vittorie in altrettanti incontri in casa, per quanto si possa chiamare Kharkiv "casa". E uno stato di grazia che non si è interrotto nonostante l'assenza del carismatico capitano Darijo Srna: il croato si è auto-sospeso per difendersi da un caso di positività al doping.

La guerra civile non ha risparmiato nemmeno la Donbas Arena, impianto gioiello inaugurato nel 2009 e palcoscenico di una semifinale di Euro 2012, ora in disuso e danneggiato da esplosioni e colpi di artiglieria. Nel conflitto, lo Shakhtar si trova chiuso tra due fuochi: il governo ucraino e le autorità separatiste della Repubblica Popolare di Donetsk. I primi accusano il patron Rinat Akhmetov di aiutare in segreto la Repubblica Popolare, dato che la squadra ha rifiutato di prendere parte a iniziative celebrative a favore dell'esercito ucraino e dei suoi veterani e visto che l'oligarca manda ogni settimana cinque camion di aiuti alla popolazione di Donetsk da quando Kiev ha chiuso i rubinetti. I filorussi invece hanno bollato lo Shakhtar come un traditore, promettendo che non permetteranno mai alla squadra di tornare. Le proprietà di Akhmetov nell'area controllata dalla Repubblica Popolare sono state confiscate dalle autorità.

Non che Akhmetov sia di per sé figura limpida: un magnate post-sovietico con un'ampia rete di contatti mafiosi e con una pesante influenza sulla politica ucraina. Controlla la squadra dal 1995, quando il precedente presidente Akhat Bragin morì nello scoppio di una bomba proprio allo stadio dello Shakhtar.
Ironia della sorte, fu proprio Akhmetov a spianare la strada per l'ascesa al potere di Viktor Yanukovych fino alla presidenza del Paese. Non si fece poi scrupoli ad abbandonare lo stesso Yanukovych al suo destino dopo la deposizione, pur di salvaguardare i propri affari. Furono proprio le proteste del Maidan di Kiev e la caduta del filorusso Yanukovych a segnare l'inizio del conflitto. E delle peregrinazioni dello Shakhtar.