C'era una volta l'Olimpico. Lo stadio di casa, il terreno amico, il catino dove non passava lo straniero come recitava uno storico striscione. Un ricordo. È rimasto solo il ricordo. Perché se dobbiamo trovare la principale risposta a questa Roma capace in un amen di ripiombare nella crisi, è proprio nel rendimento casalingo di una squadra che di fronte ai suoi tifosi, quei tifosi che sono stati sempre una risorsa, in questa stagione ha incamerato una serie di brutte figure come poche volte nella sua storia.

Per provare a tirarsi su ci si potrebbe aggrappare al fatto che, da qui alla fine del campionato, a questa Roma che non riesce a tranquillizzare neppure il tifoso più sognatore, sono rimaste appena cinque partite da giocare nel suo stadio (Torino, Genoa, Fiorentina, Chievo, Juventus). Ma in qualche misura, ci rendiamo conto, vorrebbe dire prendersi in giro da soli. Perché il problema c'è, è evidente, la Roma fa fatica a sviluppare gioco offensivo, di gol ne segna pochi e, da un po' di tempo a questa parte, ha cominciato a incassarli nonostante tra i pali ci sia un fenomeno come Alisson.

I numeri, come sempre, sono impietosi per sottolineare un'angoscia da prestazione di fronte alla sua gente, di una squadra a cui da sempre basta un niente per sconfinare oltre la crisi di nervi. Dunque, i numeri: fin qui, nel solo campionato, sono state quattordici le partite casalinghe. Lo score dice otto vittorie, Udinese, Lazio, Crotone, Bologna, Cagliari, Benevento, Spal, Verona, se si toglie il derby è sufficiente leggere i nomi degli sconfitti per rendersi conto che le vittorie sono arrivate contro avversarie di secondo se non di terzo piano. Poi c'è stato un pareggio (Sassuolo) e, dulcis in fondo e poi mica tanto, con quella di ieri sera siamo arrivati a cinque sconfitte interne, Inter, Napoli, Atalanta, Sampdoria, Milan, in pratica tutti gli scontri diretti escludendo quello con la Lazio.

Si tenga presente che dal dopoguerra, in una singola stagione, la Roma come record negativo di ko casalinghi è a quota otto (nella stagione 1947-48), insomma non siamo lontanissimi dal peggio. Ma il numero che dovrebbe far riflettere un po' tutti, è quello dei gol incassati all'Olimpico. Delle ventuno volte in cui Alisson è dovuto andare, tra uno smoccolamento e l'altro, a riprendere il pallone in fondo alla sua rete, quindici sono state proprio nello stadio amico, una media di poco superiore a un gol a partita, media che sale di parecchio considerando le quattro occasioni in cui la porta è rimasta inviolata (Crotone, Bologna, Verona, Cagliari). La media sentenzia un normale e niente più un punto virgola settantotto. Se a questi numeri si aggiunge anche la sconfitta interna nella gara secca di coppa Italia con il Torino, il bilancio è ancora più negativo e, oggi come oggi, conta poca il rendimento in Champions, due vittorie e un pareggio che, tra l'altro, speriamo possa essere migliorato contro gli ucraini.

Diverso, assai diverso, sotto tutti i punti di vista, è stato fin qui il rendimento esterno. Dodici sono state le gare che i giallorossi hanno giocato lontano da Roma con un ruolino di marcia che se non è da scudetto poco ci manca. Dunque, di queste dodici partite la Roma ne ha vinte sette (Atalanta, Torino, Fiorentina, Udinese, Verona, Benevento, Milan), pareggiate quattro quasi tutte con enormi rimpianti (Chievo, Genoa, Samp, Inter), persa soltanto una (Juventus), pure qui con qualche rimpianto considerando i gol falliti nel finale allo Juventus Stadium.

Anche i numeri dei gol parlano chiaro: diciotto quelli segnati che, peraltro, confermano una certa difficoltà a mettere il pallone in porta, ma soprattutto soltanto sei quelli subiti, solo una volta due oltretutto nella vittoria di Firenze, poi una rete incassata con Genoa, Juventus, Sampdoria e Inter. I punti conquistati, con due partite in meno, sono gli stessi di quelli casalinghi, venticinque, con una media di poco superiore ai due a gara.

La risposta per questa Roma che continua a garantire incubi piuttosto che sogni, è insomma quasi tutta in questi numeri, al di là di qualsiasi altra considerazione che pure ci potrebbe stare. Questi giocatori, questa rosa, ci viene da aggiungere questa società e questo staff tecnico, all'Olimpico, di fronte ai propri tifosi, non riesce a essere se stessa fino in fondo. All'Olimpico vengono fuori più i difetti e le carenze di quanto avviene lontano da casa. La squadra gioca lenta, in modo sempre prevedibile, senza mai provare una giocata, non riuscendo a fare quello che le viene più facile quando gioca lontano da casa. Forse è il caso di ragionarci su questi numeri e pensare, da qui alla fine, di provare a giocare in maniera diversa, meno da grande squadra. Perché questa ha dimostrato di non essere una grande squadra. E i tifosi, ieri sera, glielo hanno cantato quando hanno intonato vogliamo un tiro in porta. Impossibile dargli torto.