Gioca o non gioca? Resta o va via? Intanto segna. Anzi, intanto gioca e segna. È Edin Dzeko, signori. Uno che, piaccia o non piaccia, resta sempre in scia. In scia con la sua media gol, di quasi un gol ogni due partite, da quando è iniziata la sua terza stagione in Italia: 28 partite e 13 gol, tra campionato e coppe. 10 centri in campionato, più 2 assist e 3 cartellini gialli (che non si dica che è poco cattivo), 3 gol in Champions più 2 assist (un cartellino giallo). Ha già fatto meglio, e ci voleva poco, dell'intera sua prima stagione in Italia (31 partite in serie A, 10 gol). Non sarà lo stesso Dzeko della passata stagione, ma quello visto a Genova (e nel primo tempo a Milano, dove poi ha lasciato il posto a Schick e lo ha incitato con forza) è un giocatore sempre sul pezzo, altro che distratto. Premiata la coerenza di Di Francesco che gli ha dato fiducia, come sempre del resto. Lui che odia il mercato, e forse non è il solo, e che ha lavorato sulla testa di un giocatore che non è mai mancato nella professionalità né si è scomposto più di tanto neanche quando gli piovevano addosso critiche (e fango che non merita di essere ricordato). Lui che ha sempre avuto la testa di chi ha già vinto e neanche poco, la testa del campione, e ha provato a portarla a Roma, a trasmetterla in un gruppo che, dati alla mano, ne ha davvero ancora tanto bisogno. Ha trovato il gol in tutti gli ultimi tre incontri di Serie A contro la Sampdoria, curiosa statistica. Se sia l'ultimo con la maglia della Roma o meno lo scopriremo solo vivendo. Ci sta pensando e ripensando, Edin. Ci sta pensando la Roma, alla quale «non piacciono» le offerte pervenute per aggiudicarsi le prestazioni dell'attaccante di Sarajevo. Intanto ha portato ancora punti alla sua squadra e questo è un dato di fatto. Un terzo dei (pochi) gol segnati dalla Roma in campionato parlano bosniaco.

Qualcosa manca a questa squadra, è vero, qualcosa potrebbe cambiare, se lo vorrà il mercato, ma qualcosa potrebbe arrivare già spostandosi in casa nostra un po' a Nord-Est, sempre in Europa. Segnaposto su Praga, casa di Patrik Schick. Che ieri è entrato al 63', con quella faccia un po' così, algida, impassibile, che nasconde adesso determinazione, e ha cambiato il ritmo degli attacchi della squadra di Eusebio Di Francesco. Ha cambiato la partita. Con la sua classe, con le sue danze. Sembrava quello dell'anno scorso a Genova, e in effetti eravamo lì, a Genova, con i suoi svincoli micidiali, nei quali Patrik ha fatto discesa libera. Ha dato pericolosità alla manovra, partendo largo a destra, nel "nuovo" ruolo cucito su misura sul suo numero 14, provato molto spesso dal 26 novembre scorso in avanti, da quando cioè a Marassi rimise piede in campo, anche se per soli tre minuti, dopo il secondo stop per problemi muscolari della stagione. Ha coabitato con Edin l'insostituibile. E con Dzeko ha scambiato parecchio anche ieri, nessun tamponamento, nessun "intruppo" (come accadde per sbaglio col Cagliari in casa). E ha convinto Di Francesco che «può giocare in tutti i ruoli dell'attacco». Ha dribblato, ha servito a Ünder la palla che poi il turco ha recapitato a Dzeko per un gol in fuorigioco. Sua anche la giocata per il numero 9 che ha tirato alto. Suo l'assist, di testa, che ha messo Nainggolan davanti a Viviano per l'ennesima occasione fuori misura. Il suo ingresso ha costretto a continui raddoppi su di lui dei blucerchiati, "liberando" al tiro (impreciso) Florenzi in due occasioni. Insomma, Schick c'è e non ci fa. Anzi, si farà e le sue spalle saranno sempre meno strette.