L'inizio del secondo tempo di un derby comunque vissuto mai davvero pericolosamente, è una sentenza che porta molte firme. Fra tutte, quella della Curva Sud, che al rientro delle squadre in campo ristabilisce l'ordine naturale delle cose: "L'Urbe siamo noi". Così, quando in cinque minuti prima Diego Perotti e poi Radja Nainggolan, finalmente dalla nostra parte del campo, indirizzano il derby là dove non poteva che andare, tutto sembra assolutamente scontato: "Roma". Eppure, qualche ora prima, Marco era arrivato all'appuntamento in pizzeria in abbondante anticipo, ma con passo incerto.

Giunto alla soglia dei quarant'anni, venticinque dei quali passati in curva, il derby è una partita di cui farebbe volentieri a meno. Troppo da perdere per chi come noi di Roma già si vanta di portare il nome, simbolo, prima ancora di scendere in campo, dell'eterna sconfitta altrui. Carlo, invece, si era avvicinato all'evento contando il tempo: prima le settimane, poi i giorni, le ore, i minuti. "Famoje male".

Per l'uno e per l'altro, in ogni caso, l'arrivo allo stadio è una liberazione. Benvenuti, di nuovo e dopo anni, al derby di Roma e dintorni: via le barriere, dentro i colori. A Giampiero Ventura e Carlo Tavecchio, che hanno monopolizzato le prime pagine dei giornali da una settimana, allo stadio Olimpico non pensa nessuno. A queste latitudini, infatti, dello psicodramma nazionale seguito all'eliminazione dell'Italia dai Mondiali di calcio, importa il giusto, cioè pochissimo. La nostra nazionale è la Roma, e il Ninjia per noi è come se fosse della Garbatella. Il ritorno alla normalità è anche uno stadio pieno e giallorosso, con quelli di là attori non protagonisti e minoranza nemmeno troppo chiassosa e certamente sbiadita: sparring partner. Se non fosse per il tributo, bello e doveroso, che tutto lo stadio dedica a Gabriele Sandri a dieci anni dal suo assassinio, della presenza della Curva Nord non se ne accorgerebbe nessuno.

L'ingresso della squadra in campo è Francesco Totti che ci guida dalla tribuna e la prima di Daniele De Rossi da capitan presente in un derby, sguardo tirato ma rassicurante. Ciccio giura di averla vista da quassù: «La vena è gonfia – avverte - e lì più che il sangue scorre il romanismo». Il primo tempo, fatto salvo per un sussulto iniziale di un fuorigioco sbandierato in ritardo a Immobile (la Curva Nord esulta, of course, rapita come al solito dalla sua realtà virtuale), è una dichiarazione programmatica: la Lazio non arriva mai e persino Marco si concede un po' di ottimismo grazie all'evidenza dei fatti.

Il secondo tempo è youporn, e nemmeno la Var – te pareva che la prima volta in un derby fosse lì per riaprire una contesa mai di fatto nemmeno iniziata – riesce a scuotere più di tanto l'animo della Curva Sud.

In altre circostanze, un derby riaperto nel punteggio quando mancano ancora 20 minuti alla fine, avrebbe turbato gli animi. Questa volta, no. Questa volta la Roma è una promessa mantenuta, e la sua gente percepisce di essere in mani sicure. Quelle di Alisson, del resto, restano inoperose per 96 minuti, e quando l'arbitro fischia tre volte Marco finalmente si concede un sorriso e ritrova il gusto per la battuta: «E adesso, prego, campate pure de rendita».

L'ultima immagine è per Eusebio Di Francesco, che si avvicina alla festa in punta di piedi, concede il proscenio ai suoi ragazzi e alla sua gente. A differenza di chi lo ha preceduto, lui romanista lo è per davvero.