Ottantaseiesimo. Partiamo da questo minuto per descrivere Roma-Torino, che non è una partita come tutte le altre, perché Francesco Totti nel 1983 non aveva ancora compiuto sette anni, quando la squadra di Liedholm e di Falcao, Di Bartolomei, Conti, Pruzzo e gli altri dèi vinceva dopo quarantuno anni lo scudetto e festeggiava davanti al proprio pubblico il 15 maggio contro i granata. Ottantaseiesimo. Perché all'86' di Roma-Torino del 20 aprile 2016 Totti non aveva ancora compiuto i suoi primi 40 anni, quelli che erano passati dal 1976 al 2016. Eppure già da una decina d'anni c'era chi gli ricordava che era "vecchio", o finito, che avrebbe dovuto iniziare a farsi da parte. La panchina non è mai comoda per un campione, neanche quando sa che quasi tutti i compagni di squadra, oltre che gli avversari, riescono a correre più di lui. Forse perché si pensa che con la classe, e la personalità, si possa sopperire per arrivare dove il corpo (ma poi neanche troppo) non riesce più ad arrivare. L'ottantaseiesimo di Roma-Torino, turno infrasettimanale del mercoledì, significa la svolta di una partita, l'acuto (quasi) finale di un campione. In scadenza di contratto e relegato in panchina da Spalletti, Totti, a colpi di interviste e occhiate, stava appassendo. A febbraio il tecnico toscano lo aveva allontanato da Trigoria, casa sua, dopo la plateale richiesta di rispetto al Tg1 del Capitano, prima di Roma-Palermo. Il freddo. Il buio.

Dopo l'esonero di Garcia e l'arrivo del tecnico toscano a gennaio, la sua Roma aveva incantato anche senza di lui, recuperando parecchie posizioni e puntando il secondo posto in classifica, con la rincorsa sul Napoli. Salvo complicarsi la vita sul finale di campionato con risultati altalenanti, tanto che l'Inter, quarta, era tornata a credere nella Champions. E checché ne dicesse l'allenatore, c'era voluto l'ingresso in campo del Capitano in più di un'occasione (come a Bergamo la settimana prima) per rivitalizzare una squadra troppo spesso in blackout. «Totti salva la Roma». Sì, una cosa del genere, spesso. Bastava la presenza, il coinvolgimento di tutti cambiava. E l'86' di Roma-Torino rappresenta il momento della sottolineatura. Così a 10' dalla fine giallorossi e granata sono fermi sull'1-1, perché al rigore di Belotti nel primo tempo aveva risposto Manolas. La squadra fatica. Un'azione innocua del Torino a difesa schierata (e immobile), con un cross basso dalla destra di Bruno Peres, finisce nell'area di Szczesny dove sbuca Martinez che porta avanti i granata: 1-2. Torna l'incubo di non riuscire ad allungare e non approfittare delle sconfitte altrui (l'Inter infatti ha appena preso gol col Genoa a Marassi).

Il pubblico, come già in altre occasioni, chiede l'ingresso di Totti. Punizione per la Roma, dalla destra. C'è tempo per il cambio, Spalletti cerca di dare la scossa e inserisce il numero 10 al posto di Keita. Pjanic è pronto a mettere in mezzo. Un pallone. All'86', di esterno destro al volo, dopo il tocco di Manolas di testa. Quello basta al Capitano per sbucare sul secondo palo dal nulla, anzi, dal tutto e spingere la palla del pareggio in rete. Ma quale fuorigioco. Anzi, sì, Totti ha messo tutti in fuorigioco un'altra volta, con una zampata. "Sai ancora saltare la staccionata"? Sì. E ciao amore. Saltare cent'anni in un colpo solo. Ancora una volta lui, il balzo sul cartellone pubblicitario, la corsa sotto quella curva che un giorno ricorderà al mondo che Totti è la Roma. Anche Spalletti ride. E applaude.

Ma non è mica finita. Perché Perotti tre minuti dopo scende sulla sinistra e la mette in mezzo, prima però incontra il braccio sinistro di Maksimovic. Rigore. «Come scotta quel pallone, France'», la mente torna al penalty contro l'Australia. L'Olimpico trattiene il fiato, ancora incredulo per il pareggio di pochi minuti prima. La rincorsa, il destro che arriva sul pallone, il tiro di interno piede forte all'angolino, alla Totti. Padelli intuisce, ma non può arrivarci. 3-2. Delirio. Checco fa l'esultanza a ciuccio più rapida della storia, un secondo ed esplode, corre il ragazzo laggiù, dove è sommerso dai compagni, tutti, e dall'Olimpico che piange di gioia per il suo campione, per il suo Piccolo Principe che non credeva nella morte, Peter Pan, il Re di Roma. Furor di popolo. È quello che convincerà la Roma a rinnovargli ancora il contratto, di un anno, perché nessuno era pronto davvero a dirgli addio e nemmeno arrivederci durante uno strano Roma-Chievo di campionato pieno di dubbi. Qualcuno gli ha anche consigliato di smettere dopo quella partita, da Re. Ma lui non era ancora pronto per un ventotto maggio di chissà quale anno. Anche perché poi Re si muore. E il Re di Roma, si sa, non è morto.