L'analisi di Roma-Real Madrid 3-4: Mou ha riacceso il dubbio, ma Gasp resta un vincente
Davvero la Roma non può reggere 90 minuti così intensi? Ma la verità è che le panchine ancora una volta hanno fatto la differenza
(GETTY IMAGES)
Alla fine, nell’amara incredulità che ha accompagnato ogni tifoso della Roma al rientro verso casa, o comunque dopo aver spento radio o televisioni, è risuonata in loop un’affermazione di Mourinho che per molto tempo è stata la base di ogni discussione sulla produttività del calcio di Gasperini: è concepibile, se applicato per ogni partita di 90 minuti e nell’arco di un’intera stagione, che il calcio di Gasperini possa essere anche vincente? Per molti anni, molti analisti, anche non di parte, hanno espresso perplessità su questo tema per due motivi essenzialmente. Il primo riguarda la capacità di tenuta di una sua squadra nell’arco dei 90 minuti. Lo sforzo che un gioco simile richiede ai giocatori è quasi sempre ai limiti del sopportabile, basta una distrazione e prendi gol, la teoria. E poi, se basta un solo ingranaggio che non funziona alla perfezione per perdere una partita, è possibile garantire quella continuità di risultati che consente poi di arrivare a vincere? Nel giorno del trionfo di Dublino, nella finale di Europa League, nel corso della quale l’Atalanta stroncò il meraviglioso Bayer Leverkusen di Xabi Alonso, negli occhi del tecnico si poteva distinguere netta anche la soddisfazione per aver dato la risposta definitiva a questi dubbi: «Sì, questo tipo di gioco può essere anche vincente». E lui che aveva portato risultati clamorosi su squadre decisamente inferiori a quelle che poi precederà in classifica, lo sapeva già. E in qualche modo lo aveva dimostrato con l’Atalanta anche in campionato dove, è vero, per lunghi tratti la sua squadra era sembrata la più forte di tutte, ma non al punto di poter vincere il titolo. E in cuor suo Gasperini ha sempre pensato che l’unico reale impedimento rispetto alla vittoria fosse quello di non aver mai avuto la formazione tecnicamente più forte di tutte. Come dargli torto? Come poteva diventare una colpa il fatto di non vincere il titolo quando alleni una provinciale come l’Atalanta? Ma le parole di Mourinho hanno scatenato un nuovo dibattito: «Sapevo che la Roma non sarebbe stata in grado di reggere 90 minuti con l’intensità pazzesca che ha avuto nei primi 60». Il sottotitolo è il suo solito sberleffo: io le cose le capisco prima, no? La risposta di Gasperini non si è fatta attendere: «Se c’era una squadra in difficoltà nei 90 minuti, sono stati loro. Li abbiamo surclassati». Tra i due, è noto, non corre buon sangue. Allo stadio si sono praticamente ignorati sia prima sia dopo la partita, quando Gasperini è rientrato negli spogliatoi subito dopo il fischio finale, agitando l’indice e roteandolo, come se volesse ancora una volta sottolineare chi è stato il vero protagonista della partita. Ma sono in molti a non pensarla così, soprattutto perché, nello specifico, le tre reti del Real Madrid sono arrivate su calcio piazzato e non in virtù di una qualche superiorità, tecnica o fisica. Se volessimo aggiornare, dunque, il dibattito sulla produttività del gioco di Gasperini, per quanto ci riguarda non avremmo dubbi: sì, questa filosofia può essere anche vincente, a patto però che, a fronte delle rinnovate esigenze del calcio moderno e anche in virtù delle nuove regole arbitrali applicate, la rosa sia davvero all’altezza, con alternative sempre pronte in panchina dello stesso livello di quelli che hanno cominciato la partita. Due giocatori per ogni ruolo può non bastare. E l’esempio più lampante, e preoccupante, è già pronto: in teoria adesso Pisilli e De Roon dovrebbero poter giocare ogni minuto delle prossime sette partite. Impossibile. Gasperini dovrà inventarsi qualche soluzione, pescando dall’attacco, Pellegrini, o dalla difesa, Balerdi, ma in ogni caso toglierà anche alternative preziose agli altri reparti. È anche troppo facile parlare, e qua ci riferiamo proprio a Mourinho, quando si allena una squadra ricca di alternative com’è la sua oggi. Un fuoriclasse come Endrick, che alla Roma sarebbe venuto a fare il titolare indiscusso, è solo la sua quarta o quinta opzione per l’attacco.
Nel gioco Gasp ha surclassato Mou
Andando nello specifico della sfida di mercoledì, e dopo averne ripassato i periodi fondamentali, dobbiamo considerare forzato, forse, il concetto che la Roma abbia avuto il controllo per 70 minuti, visto che ad esempio sono bastate due distrazioni, anche in quel primo tempo così orientato verso i giallorossi, per presentare due volte un giocatore del Real da solo al cospetto di Gollini. Un’occasione è stata concretizzata da Mbappé, con la complicità della deviazione di Mancini, l’altra è stata scaraventata fuori da Cucurella. Ma sotto il profilo della costruzione del gioco, lì sì che Gasp ha surclassato Mou. In fase di possesso, in quella di non possesso, ma anche nelle due fasi di transizione, la Roma ha sempre avuto maggiori opportunità rispetto ai rivali, spesso costretti a cercar gloria con i lanci lunghi di Courtois o con rilanci casuali, tipo quello di testa che, altrettanto casualmente, non è stato respinto né da Pisilli, né da Ndicka, né da Hermoso, ed è arrivato docile nelle disponibilità di Mbappé per il gol del pareggio. La Roma, invece, le sue occasioni se le è costruite tutte con uscite sofisticate, trame di gioco sempre incisive, proposte tentate da un lato ed immediatamente rielaborate per far male dall’altro, aggiramenti e verticalizzazioni, campionario completo di un calcio moderno che ha schiantato il Real fino a dare l’impressione, a 3-1 raggiunto, di aver gettato le basi per un’umiliazione che poteva assumere contorni tennistici. Quello che è successo dopo è sotto gli occhi di tutti.
Marcare a zona come a uomo
E forse bisogna specificare una cosa: gli errori in questi casi sono sempre individuali, poco hanno a che fare con la scelta strategica di difendere a zona, che può essere anche considerata curiosa per un mago delle marcature individuali come Gasperini. Ha inciso indubbiamente che in quei sette minuti del disastro non fossero presenti dentro l’area giocatori esperti e smaliziati come Mancini, Hermoso, Cristante e lo stesso Svilar. Ma se proprio dovessimo individuare un limite in questi casi, è nel fatto che, quando si marca a zona, il primo obiettivo deve essere quello di andare a cercare il pallone che cade dentro la propria zona, e non impedire all’avversario di colpirlo, come è invece tipico delle marcature a uomo. E se andiamo a vedere i casi specifici, il pallone è arrivato nel cuore dell’area almeno in due casi proprio perché nessuno dei difendenti della Roma era andato a cercarlo, ma si era piuttosto preoccupato di impedire fisicamente al proprio avversario di arrivarci. Si può parlare di inesperienza? Relativamente, perché c’era anche gente smaliziata come Molina e De Roon. Si può parlare di stanchezza? Forse è più mentale che fisica, visto che per respingere un pallone, non serve la preparazione del centometrista. Si può parlare di spessore fisico, che è quell’unità di misura che deriva incrociando i dati di peso e altezza? Relativamente, se un giocatore che ha svettato due volte consecutive, Endrick, è alto 1,72 metri. Più sinteticamente, si può parlare di calcio, questo maledetto-benedetto sport che tra i suoi misteri insondabili ne conserva qualcuno che nessuna intelligenza, reale o artificiale, potrà mai svelare. E cioè che il calcio è quel gioco in cui 22 giocatori in mutande corrono dietro a un pallone e alla fine vince il Real Madrid, soprattutto se sulla panchina si ritrova José Mourinho.
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