Roma-Real Madrid in Tribuna Tevere: comunque bellissima
Prima la disillusione pre-gara: «Serve per esperienza». Poi l’illusione del doppio vantaggio («Quanto semo forti?»), fino al triste epilogo che insegna tanto
(GETTY IMAGES)
Ovviamente, nemmeno a dirlo, anche la mia Vespa, stasera, è orgogliosa di portarmi all’Olimpico. Stiamo per giocare in Champions contro il Real. Una frase che, in otto parole ne contiene due da sogno: Champions e Real. E mica ci si ferma qui: allo Stadio ci sarà sicuramente Totti e anche Mourinho, incidentalmente seduto sull’altra panchina, ma si sa che, in cuor suo, tiferà Roma. Tutto molto bello, quindi. Anzi, di più: bellissimo. Il mio fraterno amico che, con nome di fantasia, continuerò a chiamare Gabriele, mi aveva recapitato un whatsapp, stamattina, che nemmeno mi era suonata ancora la sveglia, con scritto “Bisogna crederci”, a cui faceva seguire, però, con felice realismo, una vera e propria dichiarazione di intenti: «La dobbiamo prendere come una serata di piacere e divertimento, spensierata. I nostri obiettivi sono altri». È vero. I nostri obiettivi sono altri. La serata, come la partita, deve essere spensierata. È che poi, parcheggiata la mia Vespa, finalmente orgogliosa di occupare il suo solito posto, lì, tra il marciapiede e il Tevere, mi intruppo in fila ai tornelli. E lì mi rendo conto che il piacere, il divertimento e la spensieratezza lasciano posto ad una voglia antica, che viene da lontano e che si è nutrita di due pareggi, Inter e Como, che, per motivi diversi, ci sono rimasti qui. E, quindi, si va da «vedi che te combina Malen…», a «Gollini gioca in fiducia», passando a «in difesa, chi metti metti: siamo quadrati».
Niente illusioni a lungo termine
Ovviamente, nessuno che si lanci in pronostici fantascientifici («Mi piacerebbe solo vincere stasera, eh. Mica penso di andare avanti in Champions…»), ma lo senti che il Real sarà pure il Real ma noi siamo quelli che a Como, contro il Como di Fabregas che sarebbe il clone del Barcellona di Guardiola, in dieci meritavamo di vincere, e siamo quelli che ancora prima, contro l’Inter che vorrebbe vincere il triplete, abbiamo dominato in lungo e largo. Quindi, si entra in campo, come dice sommessamente la Sud, sine metu. Poi, però, inizia una partita che nemmeno nei sogni quelli bellissimi: il Real dietro e noi che palleggiamo e verticalizziamo, che cambiamo di fascia con loro tutti fermi, come nemmeno al Subbuteo. Subito Dybala («Ma come ha fatto a mannalla fori?!»), e poi venti minuti da chiamare casa per dire «io c’ero». Perché Dybala, quello che, fino a quel momento, «ha ancora addosso le scorie del gol magnato» e «non c’ha la gamba pè giocà in Champions» (!?), rubava un pallone in scivolata che poi De Roon trasformava in una meraviglia. Il problema è che, malgrado fossimo noi ad essere il Real, ti accorgevi in un attimo che, dall’altra parte, ci stava una squadra «che ha vinto più Champions delle Coppa Italia nostre», perché, ogni volta che rubavano un pallone, restavamo tutti incollati ai seggiolini. E, infatti, detto, fatto. E quindi l’intervallo era tutto un «siamo propri forti, ma questi sò il Real», «dobbiamo prendere questa partita pè fà esperienza, perché in campionato, se giochi così, le vinci tutte», «hai detto bene, bravo: pè fà esperienza, così da gennaio, quando compramo l’esterno, stamo apposto». Insomma, l’intervallo era tutto un va bene così, perché «il pareggio ci sta stretto, ma questi sò sempre pericolosi». Poi, però, iniziava uno dei quarti d’ora più belli della nostra Storia, in cui Mora, Soulé e, soprattutto, Malen segnavano due gol al Real. Due gol al Real. Segnati «dal centravanti che, secondo quello, va bene pè la Serie A perché in Premier nun la struscia…»; segnati dal centravanti che «quest’anno ce fa vince tutto!»; segnati, soprattutto, da una «squadra che gioca a memoria».
Dal paradiso all’inferno
E, a quel punto, era facile guardarsi indietro e rivedersi tutti i cinquantasette minuti di paradiso appena trascorsi («Non stamo ancora al sessantesimo … ma quanto semo forti…»), con il timore che ci avrebbe accompagnati per i successivi venticinque minuti, fatti anche di Gollini («Non pensavo parasse così tanto…»), di Pellegrini, che poteva mettere la ciliegina sulla torta («Tirala come te pare, ma pija a porta…»), di un Wesley che chiudeva «chiunque je passa accanto, e riparte pure». Ma cinquantasette più venticinque, purtroppo, non bastano. Perché fanno ottantadue. E, a quel punto, i cambi di Mou prendevano vita, mentre i nostri, no. Ed allora ecco lì i fantasmi visti contro l’Inter. Ma, stavolta, «pure più brutti». Perché quando «stamo fermi sur calcio d’angolo», e poi «semo rimasti fermi n’artra vorta», e poi «nun ce vojo crede…», ti rendi conto che cinquantasette più venticinque più sette fa ottantanove, e che non serve quell’ulteriore manciata di minuti che stai lì a chiederti come sia stato possibile. Ed allora inizi a maledire Pellegrini («È colpa de Pellegrini! Nun ja trasmesso fiducia!»), la cui unica colpa, a questo punto, deve essere quella di esistere, altrimenti non si spiega; Gasperini, perché «m’ha sbajato tutti i cambi!»; Molina, che «’na sola cosa doveva fà, dopo tutti i sbaji che aveva già fatto: marcà Rudiger!»; Gollini, che «nun sa uscì, nun sa uscì…». Ed allora inizia a domandarti ciò che avrebbe potuto essere. Che potevamo battere tre a uno il Real Madrid; che potevamo arrivare sabato sera all’Olimpico, per salutare DDR, volando; che potevamo andare avanti nel “gironcione” (Max Magni dixit) come mai avremmo sperato dopo due partite. Ma, più delle domande, dopo una sconfitta del genere contano le risposte. E quella esatta, quella che ti fa prendere la lode, la dava, inaspettatamente, un giovane tifoso scendendo le scale: «ce so sconfitte che te servono, perché te ’mparano tanto. E questa è una de quelle». Ha ragione, e come se ha ragione: ci sono, nel calcio come nella vita, vittorie che ti fanno perdere il senso della realtà, e sconfitte che ti danno la misura che puoi farcela. E questa ci ha “imparato” tanto. Quanto, lo sapremo già sabato sera. Ed è per questo che mi rendo conto di non vedere l’ora, mentre ancora non sono arrivato a casa, di riparcheggiare la Vespa, lì, al solito posto, tra il marciapiede e il Tevere, per scoprirlo. Fosse solo perché questa Roma non è bella, ma bellissima.
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