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L'analisi di Como-Roma: la squadra di Gasp al doppio esame promossa a pieni voti

Dopo il confronto con l’Inter è arrivata la conferma. Prima in undici e poi in dieci, Gasperini ha ottenuto quel che voleva dai suoi

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Daniele Lo Monaco
13 Ottobre 2026 - 07:00

Ci sono state due partite a Como, una fino all’ottavo del secondo tempo e l’altra influenzata dalla decisione assunta dall’inadeguato (per postura, atteggiamento, carattere arbitrale) Fabbri di Ravenna, decisione che, comunque la si guardi, ha comunque “peggiorato” la partita. In questo contesto non entriamo nel merito del provvedimento, ma ci limitiamo ad analizzare il comportamento delle squadre prima e dopo l’improvvido fischio. Spoiler: in entrambe le partite, la squadra che ha convinto di più è la Roma di Gasperini. E questa è la bellissima notizia che arriva dal pranzo di una domenica non qualunque di metà ottobre. Intanto la conferma dopo la bella affermazione con l’Inter: la Roma è una squadra da vertice. A Como in undici contro undici si è vista la solita partita a scacchi tra due magnifici artigiani del pallone come Fabregas e Gasperini, due costruttori di conoscenze (sì, loro le conoscenze le costruiscono) che possono risultare antipatici quando li si incontra da avversari, ma dai quali si può trarre sempre ispirazione e insegnamento. Non a caso, a fine partita i due si sono ritrovati a parlottare insieme e, con l’occasione, si sono scambiati i numeri di telefono, segno di una stima crescente che è giusto si sviluppi nonostante le loro proposte calcistiche siano piuttosto differenti.

In undici Gasp ha soffocato Cesc

Vediamole, dunque. Da una parte c’è il giovane allenatore spagnolo che afferma (lo ha fatto a fine partita, domenica) di aver studiato Inzaghi per capire come battere Gasperini. Otto delle ultime dieci sconfitte di Gasperini con l’Inter portano proprio la firma dell’attuale allenatore dell’Al-Hilal ed è logico che, alla ricerca della giusta intuizione, il Como sia andato a scuola da quell’Inter. Per imparare cosa? Intanto, la principale esigenza di chi affronta oggi la Roma, e allora l’Atalanta, è quella di togliere i punti di riferimento costanti ai giocatori che sul campo, in fase di non possesso, ti vengono a prendere con le ormai stranote marcature individuali. L’Inter si divertiva all’epoca addirittura a cambiare all’improvviso posizioni ai reparti, portando i difensori, anche i centrali, a centrocampo o addirittura in attacco e facendo difendere, in qualche estemporanea azione, i centrocampisti sull’ultima linea. Sono rotazioni rischiose perché, quando si perde palla, portano a squilibri improvvisi, ma necessarie se si vuole ridurre l’impatto delle marcature individuali che ti soffocano.

Ci ha provato il Como in quel primo tempo di domenica, ma il tentativo non è riuscito perché la Roma, a differenza della versione dello scorso anno, ha maturato più esperienze e ha giocatori più dinamici e, nell’insieme, dispone di armi più affilate e di diversa natura. Malen, ahinoi, è l’uomo che marca costantemente la differenza, per la capacità improvvisa di attaccare zone di campo scoperte, per il terrore che ingenera nei suoi marcatori, per l’imprevedibilità di ogni sua giocata. Ecco perché nel primo tempo Gasperini ha tenuto sotto scacco l’avversario, impedendo al Como di fare quello che solitamente gli riesce meglio: quel palleggio veloce e costante che toglie certezze agli avversari e ne espone all’improvviso i punti deboli. Il 4-4-2 studiato da Gasperini in base alle caratteristiche dell’avversario è pienamente riuscito nell’intento. Wesley su Diao è l’esempio più calzante: il brasiliano stavolta è stato utilizzato nel suo dinamismo più nella fase di non possesso che nella sua proposta offensiva. In una prima frazione comunque equilibrata (i dati statistici alla fine dei primi 45 minuti lo confermano), è stata la Roma a dare la sensazione di poter ambire a qualcosa di più, se non altro per la non estemporaneità della sua proposta offensiva e per quel senso di smarrimento che lasciava sempre al Como in fase di possesso palla.

Perché in dieci ha tenuto Dybala

Anche l’inizio del secondo tempo era stato promettente in questo senso e una prima combinazione Dybala-Malen sembrava il preludio a quello che era sul punto di concretizzarsi. Poi il fattaccio dell’espulsione di Malen. E lì la partita è cambiata. Gasperini ha immediatamente valutato la sostituzione di Dybala, quale prima soluzione per garantire alla sua squadra un punto di riferimento mobile e più fresco, magari pensando anche all’importanza che avrebbe avuto l’argentino nelle valutazioni per la squadra da schierare con il Real Madrid. Ma un paio di uscite eleganti garantite dallo stesso Dybala gli hanno fatto rapidamente cambiare idea e a poco a poco si è radicata in lui una convinzione: stavolta, per una volta, sarebbe stato più saggio dedicarsi alla difesa del pareggio più che alla ricerca del colpaccio. Per una squadra che gioca e che punta tutto sui duelli in fase di non possesso, perdere un uomo produce spesso effetti più letali che in una squadra abituata a difendersi di reparto. Così Gasperini ha lasciato a Paulo il compito di cucire ogni tentativo di uscita dall’inevitabile pressione offensiva avversaria, ha rinforzato la difesa garantendosi con Balerdi una certezza in più (acquisto fondamentale nell’economia della stagione) e ha puntellato la sua fase di non possesso laddove riteneva che ce ne fosse bisogno (vedi Rensch a un certo punto per Koné). E ha difeso sostanzialmente di reparto, in una sorta di 4-4-1 improvvisato che ha retto benissimo di fronte al palleggio dei lariani.

La maturità della grande squadra

E qui si innestano le note negative, semmai, sull’incapacità del Como di spaventare la Roma. Nonostante l’utilizzo di ogni risorsa offensiva da parte di Fàbregas (a un certo punto si è messo 4-3-3 con cinque attaccanti, tre larghi davanti, Addai, Douvikas e Jesus Rodriguez, e due mezzali, Paz e Baturina), il Como non è mai riuscito a trovare varchi nel fitto dispositivo difensivo della Roma, dove tutti si sono messi a disposizione, compresi Soulé e Wesley, nonostante la partita richiedesse ormai solo sforzi difensivi, apparentemente poco adatti a loro. Ma è così che la Roma si è guadagnata sul campo ulteriori meriti, dimostrando una compattezza difensiva di squadra che fa davvero ben sperare per il futuro. Il pelo nell’uovo sta nell’incapacità che ha avuto la squadra di proporre una reazione offensiva degna di nome. Ma è sembrata quasi una scelta strategica più che una reale incapacità. Nel rispetto delle potenzialità offensive del Como, si è deciso a tavolino, tenendo Dybala in campo fino all’89’, di portare a casa il pareggio senza assecondare istinti offensivi che avrebbero potuto rivelarsi controproducenti. La maturità di una grande squadra.

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