I bambini fuori scuola, che si rincorrono. Con l'argento vivo addosso e, pure, gli occhi pieni di sonno. Con gli zaini – come i sogni – più grandi di loro e le mamme a tirargli su la mascherina e giù i pantaloni che, mistero, gli si sono arrotolati già fino al ginocchio.
I bambini che si cercano, e che si trovano. Che chiacchierano, ridendo. Pervasi, ogni mattina, da una strana adrenalina che precede ogni entrata in classe. Come se, ogni volta che si rincontrano, fosse la prima dopo un anno e, invece, è passato solo un giorno. In questa alchimia così infantile – e perciò sincera, vera, bella – in cui il loro tempo, grazie al cielo, prende un'altra dimensione rispetto a quella, più noiosa, di noi grandi.

Che, una vita fa, eravamo lì al posto loro per mano ai nostri di genitori e con i nostri, di sogni, a riempirci la vita.
Guardandoli fuori scuola prima d'entrare, adesso, in alcuni di loro mi ci rivedo pure. Con le figurine in mano, lo zaino della ROMA sulle spalle e la squadra della città eterna sempre in bocca. Uno in particolare, quando riesco ad accompagnare mia figlia, mi riporta per davvero indietro nel tempo: mi pare di rivedermi. Perché non c'è giorno in cui non gli vedo la ROMA addosso: la tuta, la mascherina, il cappello… non c'è ostentazione, la sua è quasi una esigenza. Di portarselo pure a scuola questo pezzo di cuore. Con il desiderio, chissà, un giorno di giocare per quella maglia anche se poi, pure se così non dovesse accadere, non gli cambierebbe nulla: il suo attaccamento non si sporterebbe di una virgola.


Proprio come accadde a me, discreto centrocampista centrale dal piede educato e con un buon senso della posizione: troppo poco anche per sognare.
Eppure, se riprendo i miei quaderni delle elementari – anch'essi con il lupetto – ci ritrovo dentro la ROMA in tanti disegni e temi, all'epoca "Penso e scrivo", in cui la maestra ci chiedeva come avevamo passato la domenica e io, per due pagine, imperversavo facendo l'analisi tattica della partita che ero andato a vedere allo stadio con mio padre. Rileggendoli, divertito, mi viene da pensare che per correggerli, probabilmente, non sarebbe servita la maestra ma un buon allenatore di categoria.