Non ce ne vorranno i fratelli Luigi e Attilio, calciatori, motivo per cui lui nelle figurine e negli almanacchi era "Maldera III". Ma Aldo Maldera, che se n'è andato da 6 anni e che oggi avrebbe compiuto 65 anni, non è stato né terzo, né secondo, né primo. È stato unico. Unico come giocatore. Divenne famoso come "il terzino goleador", soprattutto grazie alle sue gesta nel Milan. «Maldera è il braccio, Rivera la mente - scrisse di lui il Guerin Sportivo - C'è, in pratica, anche chi ha scritto che Aldo-gol è il nuovo Prati. Lo schema è lo stesso che portò il Milan allo scudetto e alla Coppa Campioni. Rivera lancia e Maldera segna. Il cliché del gol, più o meno, è sempre lo stesso. Maldera in sostanza è diventato un attaccante che parte da dietro. L'era degli attaccanti statici è finita o sta per finire, tanto che gli allenatori che debbono affrontare il Milan si preoccupano soprattutto di bloccare Maldera». Era vero.

Quel genio di Nils Liedholm intuì subito cosa poteva dargli quel terzino che sapeva difendere e attaccare, ma che vedeva anche bene la porta sapendo usare il fisico ed essendo dotato di un gran tiro. Gli diede uno scudetto, nel 1979, facendo segnare il record di gol per un difensore, nove. Chiuso in Nazionale da Cabrini, è stato l'evoluzione di Facchetti. L'interista è stato il primo terzino italiano ad avanzare, vero. Ma non aveva né il tiro né il fiuto del gol di Maldera. «Lo feci acquistare alla Roma - ha raccontato Liedholm - perché lo avevo avuto con me al Milan, nelle due stagioni che si conclusero con la conquista del decimo scudetto, quello della stella. In quella squadra Maldera era un ottimo terzino sinistro fluidificante, grande anche in zona gol, tanto che fece nove e dieci reti. Nella mia Roma, invece, gli chiesi di stare molto più attento in copertura, visto che a spingere era soprattutto Nela, sull'altra fascia. Maldera, ormai molto esperto, eseguì alla lettera le mie indicazioni tattiche, garantendoci un costante equilibrio difensivo. Alla fine, anche quelli che non avevano capito l'importanza del suo acquisto dovettero ricredersi, perché lui, da serio professionista, dimostrò di essere utilissimo alla squadra nonostante l'età non più giovanissima. L'anno dopo ci fu il grande rammarico di non averlo avuto nella finale di Coppa dei Campioni con il Liverpool, in cui non giocò perché squalificato. Ci mancò un uomo importante in campo e uno dei cinque rigoristi finali».

Amato da tutti

Aldo Maldera è stato unico come uomo. «Non ho mai trovato nessuno che ne parlasse male», ha raccontato la figlia Desirée a Roma Radio lo scorso anno. Il giorno del suo funerale c'erano tutti i suoi ex compagni di squadra, qualcuno ha pianto dal primo all'ultimo secondo della cerimonia. Come scoppiò a piangere lui quando le redazioni lo chiamavano per commentare la morte di Liedholm nel 2007. Era quasi imbarazzato, quando seppe che il genio svedese lo voleva alla Roma. Ma che vengo a fare? Ci sono tanti campioni... Questo pensava. Pur di averlo, il Barone spostò Nela sulla destra. E fu scudetto. Lui ne fu un grande protagonista, ma anche nei suoi giorni di maggior gloria, ad esempio dopo Roma-Pisa, partita ribaltata grazie a lui, capace di procurarsi un rigore, segnare un gol e provocare il gol di Pruzzo con una sua punizione, non faceva altro che ringraziare i compagni. «Grazie a loro mi riesce tutto facile». Sempre educato, sempre con quel tono di voce basso che ti spinge ad ascoltare una persona, sempre con un sorriso gentile. Alcuni tifosi milanisti, più che per lo scudetto, lo ricordano per essere stato l'ultimo ad arrendersi nella stagione 1981-82, quella della retrocessione sul campo, quando forse già sapeva di essere destinato ad abbandonare Milano. Lui, milanese, che s'innamorò di Roma.

Innamorato della Roma

Aldo Maldera è stato unico come romanista. Non solo per la serietà e il rendimento in campo, per quel Roma-Pisa, per averci regalato un capodanno fantastico col suo gol al Catania, per aver firmato gol in spaccata, per aver messo la firma su una vittoria tutta testaccina contro il Torino. Aldo Maldera si è innamorato della Roma e ne è stato un vero e proprio soldato. Ci ha giocato dal 1982 al 1985, vincendo uno scudetto e una Coppa Italia. Ma quando ancora non aveva smesso, giocò la sua ultima stagione da professionista nel 1986-87 con la Fiorentina, in occasione di un Inter-Roma andò a salutare Dino Viola. «Ti voglio nel nostro settore giovanile», gli disse il presidente. Ci è stato per più di dieci anni, è stato anche allenatore di Francesco Totti, è stato costretto ad andarsene ma non ha mai detto mezza parola fuori posto. Si è stabilito a Fregene, non ha mai smesso di insegnare calcio, è tornato a Trigoria il 24 febbraio 2012 in occasione dell'intitolazione del campo ad Agostino Di Bartolomei. Ha distribuito a tutti il suo sorriso gentile che è quello con cui lo ricordiamo oggi, nel giorno del suo compleanno. Insieme alle sue giocate e ai suoi gol, come quelli al Torino e al Catania, all'Olimpico con la maglia bianca.

Un solo rimpianto, per sempre

All'Olimpico, con la maglia bianca, non ha potuto giocare la partita che più di ogni altra avrebbe voluto giocare. Roma-Liverpool. Fu squalificato in occasione della semifinale col Dundee United e la sua squalifica è la principale prova della nostra innocenza (visto ciò che si disse su quella partita...) e del nostro candore. Del suo. Bianco, pulito. «Ci penso - si legge nel libro "Daniele De Rossi - Il mare di Roma" di Tonino Cagnucci - Ho giocato più di cinquecento partite da professionista, ho vinto col Milan lo scudetto della stella, con la Roma quello più bello. Ho segnato quasi quaranta gol in serie A giocando da difensore in quegli anni, sono stato in Nazionale, ho preso il posto a Schnellinger, ho avuto per compagni Rivera e Falcao, sfidato e battuto Maradona e Platini, avuto i più grandi allenatori, ho vissuto e vivo ancora nel calcio, ma ho un rammarico: quello. Ce l'avrò sempre. Quella partita. Roma-Liverpool finale di Coppa dei Campioni nel nostro stadio, il 30 maggio 1984. Lo sai che c'era una città allo stadio quel giorno? Quella partita è stata la partita più attesa di sempre e io non ho potuto giocarla. Ho giocato più di cinquecento partite, ho tirato tanti rigori, ma non ho giocato quella partita, non ho tirato quel rigore. E poi dopo... Dopo aver perso io ricordo il silenzio e la costernazione della gente, la nostra. Eravamo distrutti. Quella partita ha segnato un destino, l'avessimo vinta sono sicuro che tutti gli anni a venire sarebbero stati diversi per la Roma. Eravamo distrutti. E io ogni volta rivedo quell'ammonizione di Vautrot in semifinale col Dundee... Quella squadra meritava di più anche se ha incontrato un grandissimo club come il Liverpool. No, non credo che siamo stati sconfitti prima di giocarla, e infatti non l'abbiamo persa, sul campo è finita 1-1. Certo, forse, l'avevamo aspettata troppo. Forse. L'attesa è iniziata un minuto dopo la gara col Dundee, più di un mese prima. Ogni giorno. Ogni attimo. Io non ho potuto giocarla e resterà l'unico rimpianto di una carriera che è stata splendida e fortunata, soprattutto perché ho potuto vestire questa maglia. Quando la indossi capisci che vuol dire, quanto è differente dalle altre e non è retorica. Io non ho mai visto tanto amore nei confronti di una squadra come a Roma. Mi ricordo che dopo il Liverpool dovevamo giocare una partita di Coppa Italia contro il Milan all'Olimpico, quando siamo entrati in campo non credevamo a quello che vedevamo: c'era uno stadio pieno. Pochi giorni prima quella gente aveva perso la Coppa più bella e importante del calcio davanti agli occhi e ai rigori, e non era mai successo prima, eppure adesso stavano lì a cantare per la Roma. Ho i brividi anche adesso al ricordo. Ecco io credo che Daniele De Rossi abbia questo stesso sentimento. Sì, Daniele De Rossi è un giocatore dei miei anni. Io sono nato a Milano, ho vinto col Milan, sono arrivato tardi a Roma ma ho scelto di restarci per sempre perché non sono più milanese, ma sono romano. E romanista».