È il 7 giugno 1970. A Guadalajara, si gioca Brasile-Inghilterra. Gordon Banks fa la parata più bella della storia del calcio, Jairzinho segna il gol che porta la Selecao in semifinale. A San Paolo, un'infermiera ha fretta: «Andiamo, piccolo Pelè: è ora di nascere, voglio vedere la fine della partita». Il piccolo Pelè da quel momento in poi sarà sempre velocissimo. Si chiama Marcos Evangelista de Moraes. Anche lui inizia con la M, come i 5 fratelli Mara, Margareth, Marcelo, Mauricio e Mauro, cui deve badare. Perché la vita non è facile a Jardim Irene, una delle favelas da cui puoi uscire solo in tre modi: con una pistola, in un sacco nero o con un pallone tra i piedi. Farà così lui, Cafu, che si chiama così perché l'idolo del padre è Cafuringa, ala destra del Fluminense. Lui ne esce non solo col pallone tra i piedi, ma anche col sorriso. Giovanissimo entra nel settore giovanile del Nacional, passando poi per quello della Portugesa e dell'Itaquaquecetuba. Incontra un primo momento di difficoltà, venendo rifiutato da alcune delle più prestigiose squadre brasiliane, come Corinthias, Atletico Mineiro e Palmeiras. Solo a 18 anni il San Paolo gli dà una possibilità. Lui se la prende. La sua ascesa in prima squadra, fino ad ottenere il posto di titolare fisso già a 19 anni, è favorita dal tecnico Tele Santana, che per primo crede nel potenziale del giovane terzino. In cinque anni, nella città natale, mette insieme più di 100 presenze, conquistando Campionato (1991), due Coppe Libertadores consecutive (1992, 1993) e una Coppa Intercontinentale (1993), contro il Milan. La vince insieme a Toninho Cerezo e nel frattempo era già stato lanciato in Nazionale da Paulo Roberto Falcao. Il destino di uno nato mentre si giocava Brasile-Inghilterra del 1970 è scritto nelle stelle, niente accade per caso.

Nel 1994 è Campione del Mondo negli Stati Uniti e viene eletto anche calciatore sudamericano dell'anno. Fresco campione del mondo, si trasferisce al Real Saragozza, dove mette insieme solo 19 presenze, comunque sufficienti a conquistare la Coppa delle Coppe. Nel maggio 1995 il suo cartellino lo acquista la Parmalat, che lo gira a Juventude prima e Palmeiras poi, con cui conquista il campionato paulista. A migliorare ulteriormente le sue doti difensive, specialmente sul piano tattico, ci pensa un altro famoso allenatore brasiliano, Vanderlei Luxemburgo.

Alla Roma arriva nel 1997, ma nel suo percorso, oltre agli incontri con Cerezo e Falcao, ha anche un Mondiale insieme ad Aldair. Nils Liedholm, che della Roma è consulente, afferma: «Già tanti anni fa Falcao mi parlava di Cafu come del primo nome della sua nazionale che sarebbe diventato un campione. L'ho sempre seguito, ora eccolo qui. Ha la stessa velocità di Rocca e la stessa capacità di portar la palla fino in fondo». È perfetto per Zeman, perché attacca sempre. È perfetto per Capello, perché, insieme a Candela, gli consente di dare al gioco della Roma che vincerà il campionato una spinta sulle fasce che sarà decisiva. Corre, dribbla, crossa, salta l'uomo, a volte segna, forse un po' troppo poco perché tira troppo bene. Però la sua doppietta alla Fiorentina, nel suo terzo anno, la ricordano tutti. Era il 3 ottobre 1999 e lui, a Firenze contro i viola guidati da Batistuta, a incorniciare una prestazione maestosa, firmò due gol, figli di prodezze balistiche rare in qualsiasi stadio del mondo.

Il bello è che i gol, come per tutti i grandi campioni, sono un particolare. Sono altri i dettagli che fanno la sua grandezza. Da ricordare, da questo punto di vista, un episodio del 16 giugno 1998. Nantes ospita Brasile-Marocco. Il portiere verdeoro Taffarel rilancia calciando molto in alto. La traiettoria piomba verso il rettangolo di gioco nella direzione di Cafu e del suo marcatore. Mentre il marocchino attende il rimbalzo, Marcos aggancia al volo, scavalca l'avversario con un pallonetto e prosegue l'azione come se nulla fosse. Il pubblico francese si sciolse in un infinito applauso.

Il più grande terzino destro della nostra storia (218 presenze dal 1997 al 2003 e 8 gol), uno dei più grandi della storia del calcio, è quello che si rialza dai falli che gli fanno gli avversari con una capriola, che protesta con gli arbitri sorridendo, che continua a sorridere anche se un giorno mettono paura ai suoi figli e che alza la Coppa del Mondo del 2002 con la maglietta dedicata alla sua favela e dedicando il trofeo ai tifosi della Roma. Il dettaglio che rende l'idea più di tutti della sua grandezza è quello per cui lo amiamo di più. Quel derby in cui salta Nedved una volta, poi due, poi tre, sempre senza mai far toccare il pallone a terra. Un triplo sombrero che riesce ad essere allo stesso tempo spettacolare ma né irrisorio né scorretto, come il fallo cui costringe Simeone per fermarlo. Per l'unica volta nella storia del derby a quel gesto la gente ha esultato come ad un gol per un'azione che non era né un gol né una parata, ma allo stesso tempo non era fine a se stessa. Poche azioni come quella hanno fotografato la differenza tra Roma e Lazio. Prima e dopo, lui ha continuato a correre senza stancarsi mai, a chiedere il pallone pur stando in fuorigioco, a dribblare, saltare l'avversario, crossare, ogni tanto segnare e poi ricominciare senza fermarsi. Quando pensi che stiano tutti fermi, c'è solo uno che corre ancora: lui, Cafu, sulla fascia, talmente più veloce di chiunque altro che, appunto, si sovrappone.

La sovrapposizione, d'altronde, è uno stato mentale, per lui che ha sovrapposto il sorriso alle difficoltà del campo e della vita e che con eleganza nel momento del triplo sombrero a Nedved, come in tutta la carriera, si è posto al di sopra dell'avversario. Si è posto anche al disopra delle malelingue della Capitale, che, sì, hanno toccato anche lui, per una frase mai realmente pronunciata.

«Non voglio fare la fine di Garrincha», gli misero in bocca con l'intento di farlo sembrare un mercenario. Se mai ha fatto la fine di Garrincha, è solo perché pochi altri giocatori come lui e, appunto, Garrincha, avevano una tale facilità di saltare l'avversario. Bisognerebbe rivedere ogni sua partita per apprezzare in maniera adeguata tutti i suoi lampi di classe e le sue dimostrazionidi superiorità. Per questo sono i dettagli che fanno la sua grandezza, più del suo palmares. Che però fa talmente tanta impressione che lo elenchiamo lo stesso: 4 Campionati Paulista (1989, 1991, 1992, San Paolo; 1996, Palmeiras), 1 Campionato Brasiliano (1991, San Paolo), 2 Coppe Libertadores (1992, 1993, San Paolo), 2 Coppe Intercontinentali (1992, 1993, San Paolo), 2 Recope Sudamericane (1993, 1994, San Paolo), 1 Supercoppa Sudamericana (1993, San Paolo), 1 Coppa delle Coppe (1995, Real Saragozza), 1 Scudetto (2000-01, Roma), 1 Supercoppa Italiana (2001, Roma), 2 Campionati del Mondo (1994, 2002, nazionale Brasiliana), 2 Coppe America (1997, 1999, nazionale Brasiliana), 1 Confederations Cup (1997, Nazionale Brasiliana). 387 presenze tra Serie A, Liga e Coppe europee, per un totale di 31.451 minuti giocati. 12 gol e 18 assist, questisono inumeri di Cafu in Europa. È in Italia che si è consacrato, vincendo con i club in cui ha giocato, partendo dalla Roma.

«Nell'anno dello scudetto – ha detto al momento del suo ingresso nella Hall of Fame della Roma - noi giocatori andavamo in campo felici e consapevoli di quello che dovevamo fare. Sono onorato e molto felice di essere entrato nella storia dell'A.S. Roma. Abbiamo lavorato tanto per la squadra e per questo ci è stato riconosciuto un posto nella Hall of Fame di questo club. Per un brasiliano non è semplice ed è una cosa bellissima».

Unico giocatore ad aver disputato tre finali Mondiali. Ha fatto meglio di Pelè, lui, il piccolo Pelè, nato lentamente durante Brasile-Inghiterra e poi diventato velocissimo. Tra i primidi sempre della Roma.