Riproponiamo di seguito una vecchia e famosa intervista di Agostino Di Bartolomei rilasciata a Enzo Tortora, per L'Intrepido, indimenticabile settimanale che ha attraversato il Novecento, dagli Anni 30 agli Anni 90, e che ha fatto la storia del giornalismo italiano. Dagli Anni 60 in avanti, il periodico iniziò a occuparsi maggiormente di sport e in particolare di calcio. Ago è stato ed è un personaggio radicato nella sua Roma e al tempo stesso trasversale nella cultura calcistica italiana, una sorta di intellettuale. Un personaggio insolito, che ben si sposava, con il suo linguaggio in campo e fuori, con quello che L'Intrepido proponeva ai suoi lettori. Qui lo ritroviamo venticinquenne a parlare con un grande giornalista come Tortora, del suo presente e del suo futuro già segnato nella sua grandezza, da romanista. E scopriamo un uomo che si sentiva già uomo, che, con la solita testa sulle spalle, si sentiva già «capitano».

Ha venticinque anni ed è romano purosangue. I suoi tifosi, parlandone, dicono che hanno in squadra «o rey» e forse hanno ragione perché il Di Bartolomei di calcio ne mastica parecchio anche se (magari ci sbagliassimo) non arriverà probabilmente mai ad eguagliare Pelé.

Dicevamo che è nato a Roma e qui ha vissuto quasi tutta la sua carriera. In Serie A ha esordito nel settantré, a Milano contro l'Inter, e oggi cerca di trascinare questa sua Roma verso le alte posizioni della classifica, e perché no?, verso lo scudetto. «Prima o dopo, arriverà ne sono sicuro. Abbiamo seminato e raccoglieremo. È una legge naturale che non tradisce».

Nascere a Roma significa certamente alcune cose particolari: per esempio essere circondati da tante bellezze affina il gusto, colma l'anima, o addirittura procura una certa indifferenza, visto che hai, magari, uno dei più bei monumenti del mondo proprio dietro l'uscio di casa.

«Mi sono sentito fiero della mia città quando ho iniziato a studiare, bambinetto, e ho scoperto che passato di civiltà ha Roma e questo orgoglio mi ha aiutato a superare le prime difficoltà. Non ho mai invidiato quei bambini che vedevo arrivare su quei macchinoni americani che sembrano transatlantici, perché mi dicevo che io avevo molto di più, e di quello che conta veramente». […]