La casa dove viveva Angelica Martucci, la guardiana di Campo Testaccio non è lontana dall'Alberone. La strada è aperta da una magnifica bouganville viola e davanti a dove sorgeva il suo portone adesso c'è l'ingresso di una piscina. La Sora Angelica si sposò con Zi Checco il 30 ottobre 1888, quattro mesi prima, a New York, in Washington Square Park, avevano inaugurato la statua in bronzo di Giuseppe Garibaldi nel sesto anniversario della morte dell'eroe dei due mondi. È passata una vita ma chissà perché mi aspettavo di trovare qualche traccia della donna che metteva ordine nella vita della Roma di Testaccio… che poi, se la casa è qui, è perché Angelica e Zi Checco, prima di ricevere le chiavi del Campo sotto al "monte di tutto il mondo", erano stati i guardiani del Motovelodromo Appio. Il primo campo della Roma, svoltando a destra e proseguendo dritto per dritto è a 10 minuti di cammino.

Oggi c'è un parcheggio e questo consente di vedere ancora, quasi intatto, il perimetro su cui i nostri hanno iniziato a giocare al calcio. Angelica era lì anche il 9 ottobre 1927, terza giornata di campionato, seconda gara interna della storia della Roma (opposta al Verona) ma la prima, davanti al pubblico amico, in cui i lupi indossarono la maglia rossa a bordi gialli. Le maglie, in quei giorni le lavava Angelica che però si occupava anche di tutto quello che poteva servire. Fu lei, quasi certamente, ad accogliere la squadra avversaria che aveva in porta un certo "Manzetti".

E chi è Manzetti? No, così lo chiamò erroneamente l'articolista del Corriere dello Sport (non quello odierno è…), il portiere aveva un nome che per i romanisti suona meglio di Bond, "James Bond" … si chiamava Masetti, "Guido Masetti". Il Messaggero, a dire il vero, lo conosceva bene il ragazzo, tanto che proprio alla vigilia della gara, nel presentare il match aveva scritto. «Masetti in porta è veramente un difensore coraggioso e pieno di risorse e per batterlo occorreranno avversari decisi e precisi soprattutto». Penso, camminando oggi in questo parcheggio che fu un tempo il Motovelodromo Appio, che sia stato giusto, il giorno di un inizio del genere, il giorno del battesimo della maglia più bella del mondo davanti ai suoi tifosi, che su quel campo ci fosse il capitano della squadra che quella maglia la porterà sino al titolo di Campione d'Italia. Assiepato dietro la rete, arrampicato sul bordo più alto della pista, il pubblico della Roma vide i propri beniamini vincere, ma se la vittoria non si tramutò in goleada lo si dovette al portiere dell'Hellas Verona.

Al 10' minuto, dopo che uno dei suoi pali aveva già sonoramente "cantato", Guido fece disperare Bussich. L'azione iniziò da calcio d'angolo, il centravanti batté a rete una prima volta… respinto… una seconda … respinto… respiro profondo ecolpo di grazia con la terza battuta… e invece ancora respinto. Al 26' sempre sul povero Bussich altra parata, giudicata come "spettacolosa" dallo stesso cronista del Corriere che non conosceva neanche l'esatto cognome di quel portiere. Proprio quest'ultimo intervento «strappa gli applausi al pubblico». Mi guardo intorno e provo a immaginarli quegli applausi, presi da Masetti qui, ai "Cessati Spiriti", che in quegli anni era una sorta di luogo esotico a cavallo tra Roma e la campagna aperta. Devono aver rimbombato bene, devono essere stati uditi per un lungo tratto tutt'intorno. I primi applausi di Guido Masetti. Quanti ne avrebbe presi a Roma? In una Roma uguale ma distante anni luce, una Roma che si sarebbe spostata a giocare lì dove nelle rimesse alte, alzando i pugni, Masetti avrebbe visto la Piramide Cestia, avrebbe immaginato i millenni dietro alle sue spalle.

Ma con Bussich la partita non era ancora finita. Il Messaggero aveva scritto: «Bussich ha giuocato un bellissimo primo tempo, indirizzando con precisione in porta alcuni fortissimi tiri che hanno dato modo al portiere veronese Masetti di esibirsi in alcune difficili e feline parate». Nella ripresa, Marioche almeno un gol era riuscito a farlo, entrò in campo per chiudere i conti personali con l'estremo difensore giallo-blu. La gara era sul 3-0, sig iocava ancora solo per onor di firma. Dopo neanche dieci minuti colpì il palo e cinque minuti più tardi, nel corso di una convulsa azione si ritrovò davanti alla porta vuota ma nella fretta di concludere sparò fuori. Masetti era in piena trans agonistica, fino a che, con l'ennesimo mostruoso intervento, si mise in tasca anche il vocabolario della lingua italiana e costrinse il cronista de L'Impero a scrivere:«Un imparabile tiro di Bussich è stato miracolosamente salvato da Masetti».

Tremò la penna a quel giornalista, ma se avesse avuto coraggio avrebbe dovuto scrivere: «Un imparabile tiro di Bussich è stato miracolosamente parato da Masetti». Era un ossimoro,come un ossimoro sarebbe stato, dopo questa partita, vedere Guido Masetti a Roma con un'altra maglia. Qui sposò non solo i colori sociali ma la filosofia di vita dei romani, la loro "joie de vivre" ("gioia di vivere), ne condivise le malinconie repentine, a volte inspiegabili. Quando voleva divertirsi, in allenamento, faceva il suo numero e parava senza usare le mani, con tutte le altre parti del corpo che voi possiate immaginare. Nel calcio di oggi uno così avrebbe un miliardo di follower su Instagram, allora semplicemente la gente gli voleva bene. Torno sui miei passi e non ho più nella mente Roma-Verona , torno a pensare alla Sora Angelica che se ne andò nel primo dopoguerra a raggiungere Zi Checco. Gli ultimi anni li passarono assieme ai margini di quella che era stata la loro casa a Campo Testaccio.

Roberto Fazi, giornalista, che li andò a trovare nel dicembre 1943 scrisse che vivevano «in una strada piccola e chiusa ai lati da siepi che delimitano alcuni orticelli verdi di ogni tono e d'ogni forma che ondeggia sul terreno zappato di fresco, anche in alto, l'azzurro del cielo è frastagliato dalle cime aguzze o sventagliate dagli alberi che in doppia fila la fiancheggiano. Inoltrandosi ci si trova davanti ad una casetta marroncina con un cancello all'ingresso retto da due colonnine portanti due vasi di aloe dalle foglie spinose gigantesche. Con il lumicino potrebbe essere la piccola fiaba in mezzo al bosco delle vecchie fiabe». E a pensarci, la Sora Angelica, Zi Checco e Guido Masetti, hanno iniziato a raccontarci proprio una fiaba da cui continuiamo a essere rapiti, una fiaba a cui continuiamo a chiedere nuove storie, tutte giallorosse...