Rudi. Basta il nome. Per qualsiasi tifoso della Roma, non solo quelli che lo hanno visto volare su un campo con la maglia giallorossa. Rudolf detto Rudi Voeller, tedesco di Hanau, ma romano e romanista d'adozione, prima ancora che campione, è un uomo vero, una persona con valori puri, capace di innamorarsi di Roma in un attimo, perché, come mi disse una volta, «Alza gli occhi al cielo, guarda i colori di Roma, come fai a non innamorartene?». Ieri ha soffiato su una torta con sessanta candeline, a Leverkusen, dove da anni è un affermato dirigente sportivo di quel Bayer con cui concluse la sua splendida carriera.

Eppure sembra ieri, tarda primavera del 1987, il suo sbarco a Trigoria, voluto dall'ingegner Viola per provare a ripartire con un progetto da scudetto. Il presidente aveva spedito a Brema, dove Rudi era la stella del Werder, il figlio Ettore insieme al dirigente Dario Borgogno per andare a chiudere una trattativa già abbondantemente avanzata. C'era di fatto l'accordo con la società, tra l'altro Ettore riuscì a spuntare anche un prezzo inferiore a quanto pattuito, serviva trovare quello con il giocatore. E in questi casi, si sa, qualche preoccupazione non poteva non esserci considerando che la Roma stava andando ad acquistare il centravanti della Germania, la nazionale che tre anni dopo si sarebbe laureata campione del mondo in quell'Olimpico che per Rudi ormai era diventato casa sua. Le preoccupazioni svanirono grazie a una finestra. Ettore Viola e Borgogno lo stavano aspettando nella hall di un grande albergo di Brema, quando sentirono il rumore di un finestrone rialzato che qualcuno stava aprendo. Era Rudi. Che, per accelerare i tempi, aveva preferito scavalcarlo per non perdere tempo e presentarsi all'appuntamento con la Roma.

«Gli brillavano gli occhi, capii subito che non sarebbe stato un problema avere la sua firma» ricorda Ettore Viola. Fu così. E fu l'inizio di una splendida avventura durata cinque anni, 198 presenze totali, 68 reti, ma soprattutto la capacità di farsi amare da una tifoseria che ha sempre avuto il pregio di saper capire chi andava in campo con amore, passione, emozione e quel senso di appartenenza che era lo stesso che si respirava sugli spalti dell'Olimpico. E pensare che gli inizi non furono un successo. Complice un infortunio mal diagnosticato - gli dissero che aveva un ematoma alla schiena, poi si scoprì che il problema era al ginocchio - Rudi nei suoi primi mesi romanisti non riusciva a essere Voeller. Il primo a starci male era proprio lui, tanto è vero che si presentò dal presidente Viola per dirgli che non voleva essere un peso per la Roma, che l'Eintracht Francoforte era pronto a garantire alla società giallorossa gli stessi soldi che aveva speso per prenderlo dal Werder Brema e che se volevano potevano cederlo. L'ingegnere non ci pensò neppure, gli disse di stare tranquillo e che il tempo gli avrebbe dato ragione. Così è stato.

Perché il tedesco che vola è stato uno dei centravanti più forti dell'intera storia giallorossa, un grande giocatore capace di mettersi sulle spalle una Roma che faceva fatica a tornare agli splendori del primo lustro degli anni ottanta. Regalando gol ma soprattutto emozioni. Come quel gol decisivo nel derby del Flaminio, dove si giocò nella stagione prima dei mondiali del '90, alla faccia della richieste di Viola di costruire lo stadio di proprietà, niente da fare, e quello stadio lo stiamo ancora aspettando. E come, ancora, in quella semifinale di coppa Uefa contro i danesi del Broendby, quando a un minuto dal novantesimo realizzò, da infortunato, il gol del 2-1 che voleva dire Finale, un gol festeggiato con una corsa folle conclusa sdraiandosi sul prato dell'Olimpico, tremando per la felicità, contribuendo ad alimentare la straordinaria emozione che aveva contagiato una tifoseria in festa.

Ricordi indelebili. Come, per chi scrive, uno che è legato al suo addio alla Roma, venduto per prendere Caniggia, roba che ancora oggi bisognerebbe andare a carcerare chi partorì quell'idea. Lo cedettero al Marsiglia e fui inviato in Francia per andare a raccontare la prima volta di Rudi lontano dalla Roma. Si giocava al Velodrome, l'Olimpique vinse contro il Tolosa con un rigore tirato con il cucchiaio dal tedesco che vola. Dopo la partita andammo a cena al porto: birra, vino, pesce, risate, brindisi. Una serata fantastica. Indimenticabile. Ma anche malinconica. Gli occhi di Rudi mi dicevano che non era felice. Perché erano occhi romani e romanisti. Occhi che porterò sempre nel mio cuore romanista. Vola tedesco vola, almeno per altri 60.