Quando il 22 giugno 2006 al Signal Iduna Park di Dortmund il francese Poulat decretò la fine della partita, i brasiliani festeggiarono sobriamente l'accesso agli ottavi di finale della Coppa del Mondo. Era stata una partita strana, a cominciare dal fatto che i verde-oro si erano trovati contro Zico, allenatore del Giappone. Un po' come se le renne dovessero scontrarsi con Babbo Natale, un controsenso, ma il calcio, dicono, è fatto così. Una partita strana dicevamo, anche perché il Giappone va in vantaggio e poco ci manca che non torni negli spogliatoi alla fine del primo tempo ancora avanti. Strana perché con Juan, Kakà, Ronaldo, Ronaldinho, Lucio, Robinho, Juninho Pernambucano… Pisolo, Mammolo e Gongolo, al dunque l'azione del pareggio te la inventa Cicinho. Ma il calcio, lo abbiamo già detto e lo ripeteremo, è strano forte. Al triplice fischio finale, comunque, il Brasile vince 4-1 e in pochi minuti sconfitti e vincitori lasciano il campo. Tutti, tranne uno, il capitano del Giappone. Hidetoshi Nakata: il calciatore azienda, quello del brand, dei manager, degli occhiali da sole griffati, dei capelli tinti di rosso, è fermo, al centro del campo, e non ce la fa ad uscire. Degli inservienti gli si avvicinano: «Brauchen Sie hilfe?… You need help?». No, Hide non ha bisogno di nessun aiuto, o meglio, l'aiuto di cui avrebbe bisogno non può darglielo nessuno, bisognerebbe far girare indietro le lancette del tempo. Da sei mesi aveva deciso che la sua carriera si sarebbe interrotta con i mondiali in Germania, anche se questo avrebbe dovuto dire rescindere l'ultimo contratto da professionista ancora in essere con la Fiorentina. A 29 anni era stata una scelta tutta sua, di club in cui svernare, a quell'età, ne avrebbe trovati un'infinità. Eppure, adesso che la giostra si era fermata, che l'ultimo pallone aveva finito di rimbalzare e l'ultima partita aveva finito di essere giocata, una folla di emozioni lo aveva assalito, proprio lui, l'uomo computer, fino a impedirgli di muoversi. Fu in quel momento che realizzò che «non potrò mai smettere di amare il calcio». Ci sono tante ultime cose da fare nella vita, a volte con senso di liberazione, persino entusiasmo, altre con la consapevolezza di lasciarsi dietro una parte importante del proprio percorso, a volte persino la più bella. Non vale solo per i calciatori, è una legge universale.

Per Agostino Di Bartolomei la finale di Coppa Italia del 26 giugno 1984 sarebbe stata l'ultima gara della carriera con la maglia della Roma. La cosa era rimasta sospesa a mezz'aria per alcuni mesi, poi con l'arrivo di Eriksson e all'indomani della finale di Coppa dei Campioni si era definitivamente concretizzata, con tutto il carico di dolorosa tensione che questo aveva portato. È destino che le cose che ami molto ti diano e ti tolgano continuamente. Quando aveva iniziato a giocare al calcio seriamente, Agostino aveva sofferto molto. Rita, la sua fidanzatina storica di quegli anni lo aveva lasciato, facendogli più o meno questo discorso: «Non hai né arte né parte, non posso perdere tempo dietro a uno che vuole fare il calciatore». Nel luglio del 1973, quando aveva affrontato gli esami di Maturità guadagnava già più di un professore e nel giudizio che lo congedava c'era scritto: «Il risultato dell'esame può considerarsi complessivamente accettabile per la maturità. Dimostra attitudine per qualsiasi tipo di facoltà». Agostino, però, non voleva "qualsiasi tipo di facoltà", sapeva da tempo di volersi iscrivere a Medicina. Aveva anche varcato l'ingresso del Piazzale della Scienza (oggi Piazzale Aldo Moro), arrivando con la sua vecchia Fiat 126, ed era andato a prendere informazioni.

Poi con la Roma si era confrontato con il presidente Anzalone e a casa ne aveva parlato con il padre Franco che, asciutto e senza tanti giri di parole, consultando orari, corsi e procedure e pesando gli incoraggiamenti e le aperture del presidente della Roma gli aveva presentato quella che era una verità evidente: «Sì, ma se ti segni a Medicina devi smettere di giocare al calcio». Le cose che ami ti tolgono… e allora Ago si era iscritto a Scienze Politiche, con la vaga idea che se le cose avessero girato in un certo modo avrebbe potuto fare il giornalista (e una collaborazione con Paese Sera all'inizio degli anni '90 avrebbe dimostrato che avrebbe potuto farlo alla grande). Quando aveva vestito per la prima volta la maglia della Roma, Di Bartolomei si era legato a una priorità, a un destino da perseguire. E da quel momento il calcio, badate bene, non è solo i novanta minuti in mezzo al campo. Chi pensa questo non ha mai giocato. Facendo una chiacchierata con Giampaolo Ormezzano nel marzo 1978 gli avrebbe detto: «Alla Roma sono arrivato da ragazzino. Mi rimane un po' di nostalgia degli amici di una volta, quelli della squadra Primavera. Io ho dovuto fare anticamera per un anno e mezzo, prima di giocare nella Primavera: avevo 13 anni e qualche mese, bisognava compiere i quindici anni. Pur di stare insieme ai compagni, dopo tanta anticamera, con i primi soldarelli dei premi, offrivo magari la pizza a tutti. Per stare insieme, voglio dire, anche fuori dal campo e dello spogliatoio, per coltivare l'amicizia. Una squadra si può fare più forte anche in una trattoria, coltivando sentimenti di amicizia e solidarietà».

Ecco, stare insieme all'interno di una comunità che è la tua, per lingua, ricordi, emozioni condivise. Per questo Crujff era il capitano dell'Ajax, per questo Beckenbauer lo era nel Bayern e Di Bartolomei, Totti e De Rossi nella Roma. Dopo tutti quegli anni poi, a una manciata di giorni da quando aveva sfiorato il cielo con la Roma, tutto stava per finire. Cosa sarebbe successo se quella sera avessimo vinto? La sua vita, la nostra, sarebbe cambiata, è ragionevole pensare che tutto sarebbe cambiato in meglio. È quello che penso, quantomeno. Invece Roma-Verona, finale di ritorno di Coppa Italia, in quel giugno 1984 sarebbe stata l'ultima partita con la Roma. Per l'occasione alla squadra venne fornita una maglia speciale, traforata. Un misto cotone-sintetico microforato destinato a mantenere la pelle fresca. La scritta "Barilla", così, sembrava lo schermo del videogioco "Space Invaders", ma la maglia era bellissima. È difficile parlare di quella partita, l'atmosfera era strana (come il calcio, ce lo siamo già detti mi pare).

Il Commando Ultrà aveva preparato una lettera che i giornali avevano pubblicato. Uno stralcio di quel testo diceva. «È difficile, troppo difficile pensare che oggi sia il giorno del saluto, quel giorno che abbiamo sempre scongiurato, quel momento in cui ti dicono: "Guarda, il tuo capitano sta andando via". Come facciamo ad immaginarti con un'altra maglia uscire dal tunnel dell'Olimpico? (…). Mai potremo scordare quando a fine partita, ci salutavi alzando il braccio un po' timido, un po' timido ma pieno di gratitudine, mai scorderemo quando ci battevi le mani sempre composto, senza troppe scene, con i tuoi tifosi (…). Quel braccio alzato e quella testa china (…). Sei stato un maestro per noi, nel campo e nella vita, ci hai insegnato a lottare nella maniera giusta, ci hai fatto sentire orgogliosi…».

Certe ultime volte nel calcio, sono le ultime non solo per chi gioca, ma anche per chi è sugli spalti. Per questo l'ultima di Agostino, l'ultima di Rocca, l'ultima di Totti, hanno fatto versare tante lacrime. La Roma vinse 1-0, poi venne il momento della consegna della Coppa. Non ho mai visto una cosa del genere, né prima, né dopo. Fu un momento solenne. Quando si consegna una Coppa ad una squadra dal torneo bancario alla Nazionale che vince un mondiale, attorno al trofeo c'è la ressa. Quella volta Agostino arrivò a ritirare il trofeo e attorno a lui nessuno osò avvicinarsi, in un pudico rispetto di quello che era un momento d'intimità tra il capitano e la sua gente: «Ero commosso – dirà – tanto che quella Coppa in quel momento non la tenevo io. Come potevo? Se fossi arrivato davanti a quella Curva con la Coppa in mano non so se avrei retto all'emozione. Era una partita come le altre, il pubblico però non era lo stesso». Alberto Pagliari fece in tempo a chiedergli: «Adesso?». La risposta vale più di un libro: «Adesso cosa?». I silenzi sono importanti e per Agostino aveva parlato, infinitamente, il campo. Rimanevano i ricordi, i sentimenti. Quelli non si cancellano. Cose nostre, se vuoi ingenue, come tanti anni prima, quando la pizza con la squadra era una scusa per non rimanere soli e le domande dei giornalisti erano un po' naif: "Agostino, il tuo colore preferito? ": «Su tutti il rosso. Dicono che è così per quelli nati sotto il segno dell'Ariete. Poi il giallo, quello delle limonate che sono la mia bibita preferita. Il giallo e il rosso, toh, i colori della Roma». I colori di Ago.