Eccoci giunti alla quarta puntata della nostra serie dei capitani romani e romanisti. Una carrellata ideale di tutti quei talenti che, magari anche solo per una partita, hanno avuto l'immenso onore di rappresentare una squadra il cui nome riecheggia nella storia.

Il nome da cui ripartiamo è quello di Francesco Scaratti. Un percorso atipico il suo, che inizia quando, nell'ottobre 1957, il centrocampista era appena un ragazzino. Militava nella squadra Ragazzi, e nello stesso tempo era impiegato presso lo stabilimento di Torre in Pietra. La famiglia di Francesco aveva bisogno anche di quel contributo, ma il doppio impegno rischiava di mettere in serio pericolo la carriera sportiva di questo promettente atleta. La Roma in quegli anni non concedeva appannaggi a tesserati del Settore Giovanile ma per Scaratti si fece un'eccezione, concedendogli un indennizzo di 37.000 lire in attesa che si reperisse una sistemazione integrativa più consona alla sua attività di sportivo.

Nella Roma Scaratti vince il Torneo di Sanremo (finale il 25 agosto 1957 contro l'Inter). Allenatore di quella squadra è Guido Masetti che impara a stimarlo e lo porta con sé quando il mitico portiere dello scudetto 1942 tenta l'avventura nella Romulea. Dovrebbe essere una parentesi per "farsi le ossa", ma il trasferimento sembra diventare un viaggio di sola andata. Veste le maglie di Siena, SPAL, Tevere Roma e gli unici passaggi che lo vedono accostato alla Roma, sono quelli da avversario: come il 4 settembre 1962, nell'amichevole tra giallorossi e Tevere Roma. In quell'occasione Luigi Jadicicco che curò la cronaca per conto del Corriere dello Sport scrisse: «Della Tevere in luce Pietrantoni, Scaratti …». Il sogno della sua vita era quello di rientrare alla Roma, ma con l'arrivo dell'agosto 1964, questo sogno sembrò andare definitivamente in frantumi. La Roma infatti riscatta pienamente il suo cartellino ma per spedirlo nuovamente in prestito al Mantova (dove il nostro gioca al fianco di un giovanissimo Dino Zoff). Le due società, però, non trovano un accordo definitivo sulla modalità dell'operazione e a novembre Walter Crociani risolve il tutto cedendolo, questa volta a titolo definitivo all'Hellas Verona.

In gialloblù il nostro rimane sino all'estate 1967, quando clamorosamente si riapre la possibilità di tornare nella capitale. I dirigenti romanisti, Franco Evangelisti in testa, gli fanno però capire che il suo acquisto può rientrare solo in certi parametri di spesa e Scaratti (ancora una volta consigliato da Crociani) riesce a guidare la difficile trattativa al traguardo desiderato. Rientra così alla base dove si metterà a disposizione di Oronzo Pugliese. A dire a chiare lettere che è tornato ci pensa il 22 ottobre 1967 a Genova, contro la Sampdoria. È Antonio Ghirelli a descrivere quella rete che fece sensazione: «Corre il 39', Carpenetti si libera di Salvi e tocca avanti su Scaratti. Il "jolly" giallorosso che sembra un Pugliese tornato giocatore, tanto accanitamente si batte su ogni pallone, avanza di pochissimo e dalla distanza di circa trenta metri fa partire improvvisamente una folgore che Battara scorge soltanto quando la rete è violentemente scossa alle sue spalle». Giunto alla stazione Termini reduce da quella trasferta (con una Roma issata al primo posto in classifica), Scaratti venne sollevato sulle spalle dal fiume di tifosi romanisti che avevano atteso la squadra.

Inizia così un percorso che lo vede diventare il centopolmoni della squadra, anche sotto la guida di Herrera. Con la Roma conquista la Coppa Italia del 1969, quindi la stagione successiva si rende protagonista della splendida cavalcata in Coppa delle Coppe, siglando, il 15 aprile 1970, contro il Gornik Zabrze, un gol storico che porta la Roma allo spareggio per l'accesso alla finalissima. È lo stesso "Torrimpietra" nel libro del 1999, "I Capitani da Ferraris IV a Totti", di Marco Impiglia, a rievocare quella rete: «Fu una partita che noi stavamo vincendo sotto il nevischio, in uno stadio come io non ne ho mai trovato eguali in carriera: praticamente arrivammo con il pullman sulla strada, e il campo era infossato dentro, con tutte le tribune in mattoncini, e credo che saranno state 80, 90, 100 mila persone, non lo so: ma tanti, tanti e tutti con queste trombette da minatori: "pee, pee", una bolgia indescrivibile. Vincevamo 1-0 grazie a un gol di Capello quando l'arbitro, a un minuto dalla fine, gli regalò un calcio di rigore. Il signore in giacchetta nera si chiamava Ortiz de Mendebil. Quel nome non me lo posso dimenticare. Il fallo avvenne buoni 50 cm fuori dalla nostra area. Loro mandarono dentro il giocatore caduto a forza di spintoni. Nei tempi supplementari segnò subito Lubansky, centravanti della Nazionale, un grande giocatore. Due a uno per loro e la partita stava ormai finendo. Mancava un minuto, me ne accorsi guardando l'orologio posto all'angolo dello stadio. Capello stava battendo uno dei suoi soliti falli laterali lunghi: feci un rapido ragionamento: "palla dentro l'area, lo stopper Gorgon, un bestione alto sopra l'1,90, la spizzerà di testa, io la attendo fuori area, defilato". Il ragionamento si rilevò corretto: Capello, Gorgon, e la palla stava lì, davanti a me. Repressi la voglia di calciare al volo, poiché ero in leggero ritardo, la feci rimbalzare ed esplosi una cannata di esterno collo che tagliò in due il mucchio di giocatori. Notai che la palla sbandava nell'aria per la potenza impressa. Non la vidi entrare in rete. Mi accorsi del gol dall'esultanza dei compagni. Era il 2-2».

Scaratti vivrà un'altra giornata memorabile il 24 giugno 1972, quando Helenio Herrera lo spedì in campo nella parte finale della finale del Torneo Anglo Italiano contro il Blackpool. Dopo aver rilevato Cappellini al 24' della ripresa, sei minuti più tardi siglò la rete del 2-0. Una bastonata scagliata proprio dalla lunetta dell'area di rigore con due difensori britannici e il portiere impotenti davanti alla sua conclusione. La grande fedeltà di Scaratti verrà premiata nel finale del campionato 1972/73 quando nelle ultime quattro gare di campionato, Mister Trebiciani gli affiderà la fascia di capitano. Il debutto a San Siro, contro l'Inter, in una gara che vide la Roma strappare un pareggio insperato e Scaratti guidare una banda di giovani che vedeva anche un debuttante rispondente al nome di Agostino Di Bartolomei. Ecco, Scaratti è stato il primo capitano di "Ago", basterebbe questo a ritagliargli un posto nella storia della Roma. E a ricordare quel giorno c'è anche una splendida foto che ritrae l'abbraccio tra Scaratti, Ginulfi e Di Barolomei al triplice fischio finale di quella gara a San Siro.

L'avventura di "Torrimpietra" come calciatore della Roma si concluse nella stagione 1973/74. Prese parte al ritiro di Brunico, ma proprio durante la preparazione subì la rottura del menisco. Rientrò solo nel finale di stagione per alcune amichevoli, compresa l'ultima, quella contro lo Zaire, del 25 maggio 1974, in cui indossò ancora la fascia di capitano e che venne presentata proprio come la partita del suo addio al calcio (e nella quale segnò la rete del 3-0).

Nel 1982 rientrò nella Roma come tecnico del Settore Giovanile. Cinque anni con i Giovanissimi, 2 con gli Allievi, poi la Berretti, la Primavera e la Sperimentale. Rimase nell'organigramma societario sino al 1994 e nel 2001, intervistato dal Corriere della Sera disse: «Mi chiamavano "Torreimpietra" perché è il mio paese, ma anche perché di pietra in fondo lo ero davvero. Duro nei muscoli e nel carattere: un po' come la Roma di oggi. Mi immedesimo molto in Damiano Tommasi, nella sua forza, nella sua voglia di non arrendersi mai. È lui il miglior interprete in campo del carattere vincente che Capello ha trasmesso alla squadra, lui l'altra faccia di questa Roma di fenomeni: uno che si sacrifica per i campioni, diventando un campione anche lui. Totti è un talento vero, unico. Era nel gruppo dei ragazzi che ho seguito, da tecnico delle giovanili giallorosse. Ma non l'ho mai potuto schierare in una mia squadra, questione di "incroci" di età. Certo, lo conosco bene: la mescola tra il suo talento e la determinazione di Tommasi è micidiale. Questa Roma è un'autentica macchina da guerra». Si dedicherà al calcio sino alla sua scomparsa (il 16 agosto 2013), nel Ladispoli, nel Maccarese e con i ragazzi del Torrimpietra, ma della Roma rimase sempre innamorato: «Mai amato tanto una maglia».