È venuto a mancare ieri, a 83 anni, Pedro Manfredini, storico attaccante della Roma nella prima metà degli Anni 60. Il primo ricordo che ho di lui è legato al Bar "Roma", che gestiva diversi anni fa. Mi avviai a quella meta con la mente piena degli epici racconti di mio padre e di mio zio. "Piedone", il centravanti dai mille goal impossibili, l'uomo che dopo Enrique Guaita era tornato a far incidere il nome di un calciatore romanista quale vincitore della classifica cannonieri della serie A (stagione 1962/63 a pari merito con Harald Nielsen), che in un derby (quello del 25 aprile 1962), aveva realizzato sei rigori contro la Lazio, permettendo alla Roma di guadagnare i quarti di finale di Coppa Italia, a cui era andato il merito del primo: «Scusa è Ameri, la Roma è passata in vantaggio», della storia della Rai e che con la Lupa aveva conquistato la Coppa delle Fiere (1961) e la Coppa Italia (1964).

Prima ancora di varcare la soglia del locale, dal marciapiede, riconobbi il pallone della finale di Coppa delle Fiere Roma-Birmingham, che era adagiato sopra una coppa, su una mensola al lato del bancone. Tutte le pareti erano punteggiate da fotografie riguardanti la sua carriera. Ne ricordo due: un'immagine in cui Pedro stava pedalando su una bicicletta da palestra e, dietro, "Il Cichito" Alcides Ghiggia faceva finta di trattenerlo con una mano, avvinghiato al telaio posteriore e un'altra, epica, in cui il fuoriclasse argentino, con indosso la meravigliosa maglia bianca a strisce diagonali giallo-rosse del 1963-64, lasciava il campo al fianco di un giovanissimo Giancarlo De Sisti. Quel giorno non riuscii a spiccicare una parola, salutai con tutta la deferenza di cui ero capace e uscii soddisfatto di aver compiuto un rito propedeutico alla fede giallorossa, quello di aver incontrato "Piedone".

Galeotta fu la foto

Diversi anni dopo, Pedro mi raccontò, ancora divertito, di quel soprannome: «Quando arrivai a Ciampino per venire a giocare nella Roma trovai un solo giornalista ad attendermi (Vittorio Finizio, NdA), armato di taccuino e un fotografo che poi divenne un mio caro amico, Pietro Brunetti». Pietro Brunetti, leggendario fotografo di Momento Sera e sfegatato romanista (nei derby si posizionava sempre dietro la porta della Lazio: «Così le foto che mando al giornale so' tutte dei gol della Roma»), si piazzò ai piedi della scaletta dell'aereo e quando Manfredini iniziò a scendere scattò una foto destinata a fare storia: «Indossavo un paio di calzoni a tubo – raccontava Pedro – quindi i miei piedi finirono completamente sotto l'obiettivo di Pietro. Per farla breve mi ritrovai nell'edizione di quel pomeriggio con la mia immagine con due gigantesche "fette" e da allora nacque il nome "Piedone". Era inutile che andassi in giro a far notare che portavo il 43, dicevo a tutti: «Ho lo stesso numero di Guarnacci». Niente, per i tifosi diventai Piedone e alla fine a quel soprannome mi affezionai anche io».

La benedizione di Scopelli

La storia del Piedone portò anche una certa immotivata apprensione di alcuni critici, più di uno scrisse: «Ma potrà uno con piedi così, essere il cannoniere della Roma?». Finì che Sergio Roscani, nell'isterismo imperante, si prese la briga, per conto della rivista "Football", di contattare Alejandro Scopelli, tecnico di grido, ma soprattutto indimenticato fuoriclasse della Roma di Testaccio che, oltre ad essere argentino e a conoscere il calcio sudamericano come le sue tasche, aveva chiaramente un enorme credito tra i tifosi giallorossi. Quando "El Conejito" si sentì chiedere se la Roma avesse comprato un buon giocatore, rispose con un aneddoto: «Un giorno nel 1956 fui inviato ad assistere alla partita Racing Avellaneda-Estudiantes. A un tratto, impressionato dal centravanti del Racing, dissi ad alta voce: "Ma che bravo quel Blanco", supponendo, ovviamente che si trattasse del famoso Roberto Manuel Blanco. Senonché mi dissero che in realtà era la sua riserva, un certo Pedro Manfredini, alla sua seconda apparizione in prima squadra. Dissi che se era così, Blanco non avrebbe mantenuto il suo posto da titolare tanto a lungo. Non mi sbagliavo. Secondo me Manfredini ha la grande dote della praticità. È molto svelto, deciso e sempre alla ricerca del gol». Il resto è storia.

Oggi mi tornano in mente molti altri ricordi personali: come quando, con il mio amico Andrea, facemmo una puntata al Tibidabo (dove troneggiava un suo splendido ritratto accompagnato da una Lupa pensierosa che, seduta, era accompagnata da una didascalia in cui lo stemma della Roma diceva: «Quasi, quasi m'aripijo Piedone») paradiso balneare a Ostia diventato il suo regno. Pedro perse più di un'ora con due matti che erano andati a trovarlo e a chiedergli racconti dei suoi giorni in giallorosso.

«La Roma è stata la mia vita»

Il ricordo più bello però è legato a una visita che Pedro fece, recentemente, a Trigoria, in compagnia dei suoi vecchi compagni di squadra, invitato dall'AS Roma per prendere parte a un video-film dedicato  alla vittoria della Coppa Italia del 1964. Potrei scrivere a lungo di quella visita, soprattutto di quando, seduto sul muro che si affacciava sui campi in cui era in corso l'allenamento della prima squadra, gli vennero gli occhi lucidi. Me ne accorsi e per pudore abbassai lo sguardo. Mi guardò e quasi per scusarsi mi disse: «Sai, la Roma è stata la mia vita». Anche per questo spero che il primo giocatore romanista che segnerà in una gara ufficiale gli dedichi la rete, così nel buttarla dentro, il piede che spingerà la palla in rete, sarà, ancora una volta, quello di Piedone.