RomAntica

Lago che cuce la storia

In trasferta contro i lombardi hanno esordito in A Falcao e DDR. “Quel ramo del lago di Como” è l’anagramma di “Quel goal della Roma a Como”, domenica volgerà a mezzogiorno

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Tonino Cagnucci
09 Ottobre 2026 - 07:30

Quel ramo del lago di Como... è un bell’inizio ma anche un anagramma che per ogni romanista è il principio di un altro romanzo. 
Fatelo: ramo-Roma, lago-goal, Como resta Como e le preposizioni danno il la: Quel goal della Roma a Como... 
La vita di ogni romanista è cambiata per sempre da quel momento, da quando Paulo Roberto Falcão ha dato il la giocando la sua prima partita nel campionato italiano. Era il 14 settembre del 1980. A Como. La Roma vinse 1-0 per un’autorete nel primo tempo di Volpi. Minuto 25. Natale. 
Dopo quell’esordio nulla fu come prima: intere generazioni di romanisti vennero educate all’arte da un calciatore sbarcato a Fiumicino, accanto al mare, direttamente dal sole, tanto era luce. Arrivarono le coppe in una città povera di vittorie, magliette bellissime, insieme antiche e nuove, vinaccia e porpora, indossate anche dai ragazzini sui sampietrini abituati da sempre a stracci e bandiere care e sgualcite. 

Era una Roma che tornò colta e bella, era la città di un’altra società che credeva di avere ancora molto da sognare: la Roma stava dappertutto. Finire la rivoluzione del 1977 e vincere lo Scudetto era la stessa cosa, soltanto che era molto più probabile il sovvertimento dell’ordine sociale rispetto al Tricolore, d’altronde l’ultimo era stato vinto prima della Resistenza. La Democrazia Cristiana sembrava meno solida della Juventus di Giovanni Trapattoni: nella vita civile non si arrivò a un momento così basso come col gol annullato a Ramon Turone a Torino, un 10 maggio che pioveva. Un’ingiustizia che costrinse a crescere almeno quella generazione di romanisti. 
Si aveva a che fare sempre con un’emozione. Andare allo stadio eraun privilegio di tutti: l’Olimpico era il paese dei balocchi, ma nessuno era più Pinocchio. Le favole non avevano bisogno di morale. Era il tempo del sogno. La Roma era dappertutto. Era un fenomeno del pallone, della vita sociale, della musica, del cinema, un sottofondo quotidiano. Una compagna veramente.

Se c’è stato un tempo in cui il popolo è stato al potere è stato quello, quando si arrivò a dire in uno stadio: ti amo. Arrivò lo Scudetto. Si festeggiò in un Roma-Torino finito 3-1. Nel millenovecentottantatré. E tutto questo ebbe inizio dopo quel goal della Roma a Como. Misteriose corrispondenze fra poeti. Secolari alchimie fra iniziati. È storiografia che Alessandro Manzoni prima di scrivere i Promessi Sposi ebbe l’apparizione del Santo Vero: il Divino. 
Da quel momento contro il Como in trasferta in serie A con la Roma ci ha esordito soltanto un altro giocatore: Daniele De Rossi, il 25 gennaio 2003. 
C’era la notte quel sabato sera, non perché era inverno, ma per far vedere meglio quel ragazzo biondo. Non aveva nemmeno vent’anni, lui che è nato quando tutto venne alla luce: d’estate. Nel millenovecentottantatré. Campo neutro di Piacenza, ma Como-Roma in schedina, negli almanacchi, nella storia. La sua stava ufficialmente per iniziare: quel giorno la Roma non segnò, ma soltanto perché Daniele De Rossi avrebbe dovuto aspettare un altro momento, un altro segno del tempo: un 10 maggio, che non pioveva ma c’era il sole, in un Roma-Torino finito 3-1. Magici appuntamenti del destino. Déjà-vu di Dio. Un doppio sogno. Come un’altra chance concessa dalla storia alla storia, un secondo esordio. 

Quello di De Rossi, rispetto al mito di Falcão, è un altro romanzo giocato davanti alla difesa, un altro modo di intendere la vita fra le due linee, di abitare l’orizzonte, lì nel mezzo, sospeso tra ciò che hai e ciò che vuoi, nella zona di tutti i dilemmi del mondo: il centrocampo. Amleto sarebbe stato sicuramente un grande regista. Falcao e De Rossi hanno fatto sicuramente la storia della Roma. L’uno l’ha cambiata, l’altro l’ha incarnata con sangue e adrenalina.  
Domenica c’è un altro Como-Roma, un altro anagramma da fare speriamo per un’altra grande storia. Stavolta si gioca a mezzogiorno e mezza, credo forse solo per omaggiare quell’apertura così grande che tutti abbiamo dovuto imparare, più o meno, a memoria: “Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno...”. Sembra un’occasione per (sovra)scrivere un’altra pagina memorabile e leggere come un romanzo il tabellino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

CONSIGLIATI