Il 7 settembre scorso il Comune di Roma ha ufficialmente comunicato alle parti interessate la cessazione definitiva del progetto Tor di Valle. Un atto solo formale, che poco cambia la sostanza delle scelte fatte lo scorso agosto dall'Assemblea Capitolina, e prima ancora dalla Roma, e che serve solo a dare il via ai ricorsi già preannunciati da Eurnova e dalla CPI di Radovan Vitek. A norma di legge 90 giorni e quindi entro il prossimo 6 novembre. Si chiude quindi, almeno per ora, il balletto sull'area dell'ex ippodromo, proprio mentre il dibattito sul futuro impianto giallorosso comincia ad infiammarsi, complici la campagna elettorale e le sollecitazione del Ceo della Roma Guido Fienga. E non è un mistero che l'area maggiormente indiziata sia quella dell'Ostiense, tra gli ex Mercati Generali ed il Gazometro. Una scelta però che presenta alcune zone d'ombra su cui si sta cercando di lavorare e che finora hanno impedito ai vari candidati alla guida della città un pronunciamento chiaro e senza equivoci. Un po' tutti si dicono favorevoli all'ipotesi che il club giallorosso costruisca la propria casa nel cuore della città ed a pochi passi da quel Campo Testaccio da sempre nella storia e nel cuore dei tifosi. Ma nessuno si è ancora spinto a dare un parere concreto e a prendere un impegno preciso. Una volta tanto non si tratta di codardia della classe politica romana, quanto di una complicata situazione che attende di essere risolta da parecchi anni.

L'intoppo è sugli ex Mercati Generali, che hanno cessato di operare ufficialmente il 23 novembre del 2002. Da allora lo spazio di 8,5 ettari, con una edificabilità di 400 mila metri cubi, è di fatto inutilizzato. L'allora sindaco Veltroni voleva farne un polo del commercio e della cultura chiamato "La città dei Giovani", la cui progettazione fu affidata all'olandese Rem Koolhaas. Come General Contractor venne incaricata la Lamaro Appalti, della famiglia Toti, che però stentò a dare il via ai lavori. Al punto che nel 2009 Gianni Alemanno, divenuto sindaco, decise di stravolgere il progetto puntando solo sul lato commerciale, e costringendo ad una rivisitazione drastica degli spazi che portò all'abbandono di Koolhaas. La Lamaro anche per questo non riuscì a reperire i fondi per proseguire i lavori e tutto si fermò nuovamente. Anche Marino nel 2013 provò a far ripartire i cantieri, senza però riuscirci. L'attuale giunta non si è astenuta dall'impresa, ma anche in questo caso a regnare è stata la confusione, con il dossier affidato prima a Paolo Berdini, poi a Luca Montuori, ed infine a Linda Meleo. Sull'area pende anche un'inchiesta della Procura di Roma che coinvolge Marcello De Vito, presidente d'Aula e fino a poco fa esponente di spicco del Movimento 5 Stelle, indagato per una presunta tangente di 110 mila euro, pagata dai Toti proprio per accelerare la ripresa del progetto. Famiglia Toti che non ha mai rinunciato all'idea di portare a termine i lavori, che infatti compaiono come fiore all'occhiello sul sito internet della Lamaro Appalti. E negli ultimi mesi sembrava che tutto potesse ripartire, anche e soprattutto grazie all'accordo con la famiglia francese di immobiliaristi De Balkany. Mancava solo l'ok del Comune. Che ora invece sembra orientato a rivedere il progetto e concedere l'area alla Roma. Con quali ripercussioni? Dal Campidoglio sono convinti di poter rescindere l'accordo con la Lamaro senza pagare alcuna penale e senza dover perdere troppo tempo. Della stessa idea sembrano essere gli uomini che per la Roma stanno curando il dossier. Certamente anche in questo caso ci troveremo di fronte a ricorsi e polemiche, a meno che si trovi il modo di includere la famiglia Toti nella costruzione dello stadio, fatto questo che potrebbe di tutta evidenza semplificare una storia che oggi presenta qualche incognita prima ancora di iniziare.