Ci sono un gol che ha deciso uno scudetto e uno in un'amichevole della prima squadra nel passato di Flavio Bucri, una trattativa di mercato importante che non ha portato bene né a lui né alla Roma, un presente con gli ampi vuoti creati dalla pandemia, e un futuro non facile da immaginare, come in fondo è normale a vent'anni. Era andato al Torino per soddisfare la richiesta di Cairo, che voleva una contropartita tecnica per liberare Gianluca Petrachi, già con la testa alla Roma: partì con il terzino/mediano Jean Freddi Greco, classe 2001 come lui, che ora è il capitano della Primavera granata, e nel girone di ritorno dello scorso campionato andava spesso in panchina in A, con Moreno Longo.

Bomber Bucri già era tornato a casa, a Ostia: a gennaio era stato ceduto all'Ascoli, per fare la Primavera, a marzo il campionato si è fermato. Un anno dopo è ripreso, ma lui non è mai stato messo in lista dai bianconeri. Per transfermarkt, database on-line che sbaglia di rado, è ancora nella rosa dell'Ascoli Primavera, per il sito ufficiale dell'Ascoli no. Il dubbio lo risolve Alessandro, il padre, uno che a 43 anni ancora si divertiva a segnare in Prima Categoria: «Ha smesso. È tornato a casa, da me. Si era trovato una squadra per divertirsi con gli amici, qui a Ostia, ma con il Covid si è fermato tutto». Lo dice con rammarico, lui che ha trovato il modo di vivere grazie al calcio senza mai andare oltre la quarta serie: girano solo rimborsi in quelle categorie, ma il presidente dell'Albalonga, con cui fece 103 gol in 6 anni di serie D, gli garantì uno stipendio assumendolo come magazziniere. Ci dice la sua versione su certe voci che giravano su problemi con le visite di idoneità, ci racconta le strane sensazioni provate nel vedere la Roma fare 0-0 al Vigorito di Benevento, dove il figlio aveva segnato in amichevole, e poi ci passa il contatto.

Flavio, è vero che hai smesso?
«Eh, sì. L'ultima partita risale a un anno fa. In estate ho lasciato l'Ascoli, quando sono iniziati i campionati ero fermo. Poi, dopo un po', mi sono trovato una squadra qui a Ostia, per giocare con gli amici: sono tesserato per il Morandi, in Promozione. Il vecchio impianto ormai è abbandonato, giochiamo al campo dell'Ostiamare. O meglio: dovremmo giocare: con il Covid niente partite».

Tu eri arrivato alla Roma proprio dall'Ostiamare: come mai non ti hanno ripreso, col tuo curriculum?
«Se ne era parlato, ci sono state delle incomprensioni. Mi hanno detto subito che non ci sarebbe stato alcun rimborso. Al Morandi qualcosa avrei potuto prendere, se non si fosse fermato tutto. Non ho fatto in tempo neppure a esordire».

Con l'Ascoli invece cosa era successo? I 2001 come te ancora la fanno la Primavera...
«Con l'Ascoli avevo firmato per sei mesi. In estate dovevo fare le visite mediche per l'idoneità, e le mie sono non sono visite normali, per via di un piccolo problema al cuore».

Una cosa che già avevi, e che non ti ha impedito di giocare.
«Esatto. Lo avevo già alla Roma. La mancata saldatura di un buchino tra una parte all'altra del cuore, che alla nascita hanno tutti, e si chiude con la crescita. Mi dicono che il 20% della popolazione mondiale abbia questo problema: ci si convive benissimo. Solo gli sportivi professionisti devono un po' tenerlo d'occhio: se cambia qualcosa si fa un piccolo intervento, credo lo abbia fatto anche Cassano, quando stava al Milan. Ma molto spesso non serve neanche intervenire, basta controllare che la situazione non peggiori. E infatti facevo delle visite specialistiche più approfondite degli altri: l'idoneità me l'hanno sempre data. Con la Roma nessun problema, sono stati correttissimi, si sono sempre occupati di tutto. Al Torino lo stesso: l'idoneità vale un anno, quando a gennaio sono andato via non l'ho dovuta rifare. In estate invece l'Ascoli mi ha detto che le visite le avrei dovuto fare per conto mio, e a mie spese. Ci ho provato, avevo preso appuntamento, ma con il Covid gli ospedali sono oberati di lavoro, e tutto è più complicato: non sarei riuscito ad avere la documentazione prima dell'inizio del campionato. E senza quell'idoneità non potevo neppure allenarmi: avrei dovuto iniziare la preparazione da zero in autunno. Era inutile firmare per l'Ascoli, se poi sarei rimasto senza giocare per mesi. E poi, ovviamente, ci ero rimasto un po' male: mi hanno fatto sentire poco considerato. Una società di calcio, se vuole farti fare delle visite specialistiche, trova il modo di non farti aspettare».

Bucri in campo in Youth League con la maglia della Primavera @LaPresse

Finita con l'Ascoli, c'erano altre opzioni?
«C'erano discorsi in piedi con due squadre di C, il Carpi e il Renate, ma non si sono concretizzati».

Lasciare il Torino è stato l'inizio della fine.
«O forse lasciare la Roma. Il Torino non mi ha trattato bene. Mi hanno preso, e non mi hanno fatto fare un minuto in campionato. Quando ho firmato mi hanno fatto delle promesse che poi non hanno mantenuto. Mi sono trovato male sia con i i compagni che con l'allenatore (Marco Sesia, ex centrocampista dei granata, la scorsa estate sostituito da Marcello Cottafava, ndr). Non sono stato neanche fortunato: mi aveva chiesto Federico Coppitelli (due scudetti, Giovanissimi e Allievi, con la Roma, Coppa Italia e Supercoppa coi granata, ndr), che però pochi giorni dopo è andato ad allenare in serie C. Non si è creato un rapporto, né con i compagni, né con i dirigenti. Paradossalmente, sul piano personale, le cose sono andate molto meglio all'Ascoli, con tutto che mi sono fermato molto meno».

Ti sei dato una spiegazione?
«Un anno prima di andare al Torino avevamo vinto lo scudetto Under 17, contro l'Atalanta. E in semifinale avevamo eliminato proprio il Torino. Andarono in vantaggio, io entrai dalla panchina e segnai il gol del pareggio, vincemmo 2-1, e a fine partita ci fu qualche battibecco. E il mister di quel giorno era lo stesso che trovai in Primavera. Non so se la cosa abbia influito, sicuramente la maggior parte della colpa me la prendo io. Forse mi sono anche buttato un po' giù. Ma di certo il loro era un gruppo molto unito. Ed è anche normale, forse, che davanti alla porta, se uno di loro poteva scegliere, preferiva passarla al suo vecchio amico piuttosto che a me. Parlo delle amichevoli, visto che in campionato sono andato solo in panchina, senza mai entrare. E anche in amichevole, giocai titolare solamente una volta. E pensare che avevano insistito così tanto per prendermi, già quando ero in Under 17. Che quando sono arrivato mi aveva accolto il presidente Cairo: c'erano veramente tutti a ricevermi. A Greco le cose sono andate diversamente, e sono contento per lui: lo hanno tenuto, è diventato capitano, anche se mi aspettavo che lo facessero esordire, lo scorso anno, quando andava spesso in panchina in serie A. Forse anche lui è stato penalizzato perché preferivano lanciare uno che avevano cresciuto in casa. Lui aveva il contratto, lo aveva anche alla Roma: io non lo avevo, mi avevano promesso che me lo avrebbero fatto in un secondo momento, non è mai arrivato».

All'Ascoli?
«Era una Primavera 2, quindi il livello era più basso. Anche se di buon livello, tanto che è stata promossa in Primavera 1. Sono stato bene, ho giocato, mi sono inserito bene con i compagni: c'era qualcuno che conoscevo, come Meo, un bel centrocampista, che giocava con me nei 2001 della Roma. Il mister era lo spagnolo Abascal, che poi è andato anche in prima squadra: giovane ma molto bravo, preparato, faceva giocare bene la squadra. Solo che dopo neanche due mesi si è fermato tutto».

Un anno prima di lasciare la Roma avevi segnato il gol scudetto, nella finale dell'Under 17.
«Partendo dalla panchina, all'ultimo minuto, sfruttando un perfetto cross dal fondo di Calafiori. Un ricordo bellissimo».

Contro l'Atalanta, che sarebbe potuta essere la tua squadra.
«Nel 2015-16 feci un'ottima stagione con l'Ostiamare, 32 gol in campionato, una cinquantina contando le amichevoli, l'Atalanta mi chiamò per un torneo: andai abbastanza bene, e sarei dovuto tornare alla fine del campionato per un altro provino. Nel frattempo ne feci uno con la Roma, e quando mi dissero che lo avevo passato non volli sapere altro, non tornai neanche a Bergamo per finire la prova».

Il centravanti con cui ti saresti giocato il posto se ci fossi andato era Piccoli, che ora sta in A, con lo Spezia.
«E invece lo battei in quella finale: vincemmo 3-2, segnarono lui e Traoré, che ora sta al Manchester United. Ma anche alla Roma avevo compagni molto bravi. Anche qulli che non fanno i professionisti, come Barbarossa, che era il numero 9 con cui mi giocavo il posto: ottimo giocatore e bravo ragazzo, ora sta al Cynthia. Arrivai alla Roma un po' tardi, a 15 anni, per fare l'Under 16, inserendomi in un gruppo che giocava insieme da almeno 4-5 anni. Ero molto teso all'inizio: mi era sembrato un sogno già solamente entrare a Trigoria per il primo provino. Era l'Under 16, il tecnico era Rubinacci, che mi ha insegnato molto: sono arrivato che mi sentivo un po' indietro, sia fisicamente che tecnicamente. Era un altro mondo rispetto al campionato Elite a cui ero abituato, nei dilettanti. Mi sono sciolto con il gol al Palermo, alla prima in casa, da subentrato: nei primi sei mesi sono migliorato molto. Ricordo un torneo in Croazia in cui vinsi il titolo di capocannoniere: c'erano Tottenham, Manchester City e Saliburgo. E segnai a tutte quante, con gli Spurs feci doppietta. Quando stavo all'Ostiamare ero sicuro di giocare sempre, anche se non mi allenavo, alla Roma dovevo conquistarmi tutto. Era un gruppo stupendo, quello dei 2001, il migliore di cui ho mai fatto parte: ora stanno giocando tutti, molti sono già in serie C. Uno che sento quasi tutti i giorni è Silipo, che segnò due gol in quella finale con l'Atalanta: sta al Palermo. Uno di un altro pianeta: ho giocato con Cangiano, uno dei più forti in assoluto, con Riccardi, che mi sorprende stia trovando poco spazio a Pescara, ma un piede come quello di Silipo non l'ho mai visto».

Che rapporto hai con il calcio, ora?
«Guardo i campionati, le classifiche, ma di partite intere poche, solo i big match. Oltre ovviamente alla Roma: quelle le guardo tutte».

Benevento-Roma?
«Mi ha fatto effetto. La Roma ha fatto 0-0 al Vigorito: ho rivisto la porta dove avevo segnato in amichevole. Era settembre 2018: c'era la sosta per le nazionali, e tanti giocatori della prima squadra non c'erano, e chiamammo noi, della Primavera, insieme a quelli rimasti a Trigoria. Facemmo tutto in giornata, partimmo la mattina e ci andammo a riposare in albergo, lo stesso in cui sono stati quest'anno, Fonseca e i suoi. Facemmo la riunione tecnica, io già sapevo che non avrei giocato, ma poi ebbi la fortuna di entrare. E di farmi trovare al posto giusto: tiro di El Shaarawy, respinta corta di Puggioni, arrivai e misi dentro di prima. C'era anche Cangiano che giocò bene quel giorno, il centravanti titolare era Celar: era una squadra piena di ragazzi, perdemmo 2-1. Quell'anno mi allenai spesso con la prima squadra: mi accolsero tutti bene, ma Daniele De Rossi più di tutti: lui prendeva sempre noi giovani sotto la sua ala, ci dava consigli, ci aiutava, ci parlava. Una grande emozione conoscerlo: mi hanno aiutato moltissimo, sia lui che suo padre, Alberto, il mister, che mi ha dato tanta fiducia quell'anno. Purtroppo non sono riuscito a ripagarlo fino in fondo».

Anche perché sei rimasto un anno solo.
«Fu un anno pieno di cose belle: feci una doppietta al Milan a inizio stagione, venni convocato in Nazionale, a Coverciano, con tanti miei compagni, provando l'emozione di vestire la maglia azzurra, giocai la Youth League con la Roma. Da regolamento Celar, che aveva due anni più di me, poteva fare il fuoriquota in campionato, dove era capocannoniere, ma non in coppa, e toccava a me: mi è rimasta impressa la partita al centro d'allenamento del Real Madrid, sembrava di giocare su un panno da biliardo. Ho giocato con giocatori davvero forti: Cangiano, Riccardi e Silipo, ma anche Chierico, Pezzella e D'Orazio. E Calafiori, ovviamente, che mi mise sulla testa quel bellissimo pallone nella finale scudetto: che emozione è stata vederlo segnare in Europa League. Ma conoscendolo sapevo che il gol era nell'aria: lui è fortissimo, sia di piede che di testa, ci avevo già provato, sapevo che ci sarebbe riuscito. Se lo merita tutto, sia come ragazzo che come calciatore: è uno dei giovani più forti del calcio italiano, sono sicuro che farà una grande carriera».

Come sarebbe andata la tua, se non fossi finito nell'affare Petrachi?
«Avrei fatto il secondo anno di Primavera con la Roma, in una società che mi ha sempre trattato bene, e considerato. Avrei avuto un altro minutaggio rispetto al primo anno, mi avrebbero aiutato a finire le superiori nella loro scuola parificata, credo che mi avrebbero fatto il contratto, visto che tutti quelli che sono rimasti lo hanno avuto. E a fine anno mi avrebbero aiutato a trovare una squadra, e in questo momento mi starei giocando le mie carte in C. Bastava un anno in più: sarebbe stata un'altra vita».

Ora invece che fai?
«Una vita normale, non da calciatore. Sto prendendo la patente, proprio in questi giorni, poi dovrò trovarmi un lavoro. Anche se con il Covid è tutto più difficile, sembra tutto fermo. Vediamo se il prossimo anno riuscirò a trovarmi un squadra in D».

Tuo padre, a forza di gol in serie D, ha trovato lavoro.
«Già. Mi ha sempre seguito molto. Mi dispiace di non essere riuscito a realizzare il suo sogno: ne abbiamo parlato spesso, si aspettava molto da me, pensa che abbia buttato via qualcosa. Ma ora la rabbia la sta smaltendo. E lo so bene che il calcio può aprire tante porte, anche per chi non arriva in serie A o in B, che tra i dilettanti ci sono i presidenti che ti offrono lavoro se riesci a fare la differenza. Ma a prescindere da quello, la mia voglia di giocare non è certo finita. E per la serie D non credo che sia troppo tardi, una volta che sarà finito questo anno sfortunato. Io nella vita so solo giocare a calcio, e non credo che smetterò mai. Non so in che categoria, ma io a cinquant'anni giocherò ancora».