Interviste

Calvarese a Radio Romanista: «Sì al nuovo calcio»

Dagli aggiornamenti regolamentari e all’ottimizzazione del Var: «La strada è giusta, ci sono già meno furbetti. Nel gioco non ogni tocco è fallo, ma la tecnologia serve sui rigori»

(GETTY IMAGES)

PUBBLICATO DA Gabriele Fasan
19 Settembre 2026 - 07:00

L’esperimento del calcio super-televisivo è finito, o quasi. Brusca frenata su rigorini e pestoncini, ridimensionamento netto dell’uso del Var. Insomma, se non siamo proprio al “mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’” poco ci manca. L’arbitro sta tornando centrale, non solo con l’avvento di Orsato in Italia ma anche a livello internazionale secondo le nuove direttive Ifab. Anche per questo, a Radio Romanista, nel corso della trasmissione “Mamma Roma”, l’ex direttore di gara Gianpaolo Calvarese, attualmente commentatore tv, è intervenuto per commentare le nuove linee guida, senza lesinare aneddoti di quando arbitrava,  soprattutto in chiave Roma. 

C’è un cambio di stile nell’arbitraggio. Le regole sono quelle, cambia un po’ l’interpretazione. Va benissimo questa maggiore fluidità di gioco, però sembra che sia finito un po’ tutto nel calderone, inclusi parecchi episodi in area. Non è troppo?

«Mi piace la premessa, non è cambiato il regolamento, soprattutto sui falli, è cambiata la soglia tecnica dal punto di vista arbitrale, in linea con le nuove linee guida, si vuole tornare a dare centralità all’arbitro che decide in campo, il quale vive sensazioni diverse rispetto a chi sta dietro al Var fuori dallo stadio. L’altro aspetto è che la soglia del fallo si vuole che vada verso la linea europea, credo perché ci eravamo proprio allontanati dal gioco del calcio, che è fatto anche di contatti. Ho sentito dire anche dagli addetti ai lavori “Sì, però il tocco c’è”. Ma il tocco non vuol dire fallo! Senza entrare nel merito di un esempio come Vergara contro il Genoa... Lui stesso in un’intervista ha detto: “Ah, che gioia, mi ha toccato!”, perché ormai tutti dicono che quando c’è il tocco allora c’è fallo. I giocatori esagerano perché sanno che l’arbitro fischia. Hermoso su Mastantuono non fa fallo! Non è una manata fallosa, posso fare altri mille esempi, quindi io sono assolutamente d’accordo nell’essere riusciti ad alzare la soglia del fallo. Di contro, devo dire che se ci sono stati zero rigori evidentemente qualcosa si è perso, come in Fiorentina-Frosinone e Torino Milan. Ma è ovvio che se vuoi dare un nuovo imprinting qualcuno per strada lascia qualcosa, ma sono errori».

E il “nuovo” uso del Var? 

«In Torino-Milan e Fiorentina-Frosinone il Var avrebbe dovuto intervenire. Nel gol di De Bruyne a mio parere no, quello è stato un contatto da campo. In campo capisco sia meglio fischiare perché è una sensazione dell’arbitro (lo stesso Di Bello ha il fischietto pronto, dunque ha il dubbio), ma al Var rivedi la dinamica e capisci che non è fallo. Sulla Champions si sono dimezzati gli interventi: le On Field Review sono state 4, quindi anche in Europa si sono ridottre. Attenzione però, perché ci sono Var anche di paesi diversi che con tutto il rispetto non hanno la qualità di paesi come Inghilterra, Francia, Italia. Tuttavia, in Inghilterra il Var si deve ancora regolare, nemmeno lo vogliono quindi va ancora un po’ sistemato».

Come si fa a uniformare l’interpretazione del calcio nelle diverse leghe nazionali? Nel basket ci si riesce.

«Per fare un paragone col basket, lì esiste il tempo effettivo, nel calcio non credo esisterà mai. Se interrompiamo per il tempo effettivo si perde lo spettacolo del calcio. La ratio di mettere nuove regole sul tempo infatti è proprio dovuta al fatto che nel calcio non si può inserire il tempo effettivo, quindi ci si riduce in altri modi come con il rinvio dal fondo del portiere, e mi sembra stia funzionando e sono molto contento, perché anche in Italia le partite hanno avuto un aumento medio di 5/10 minuti. Ma comunque l’uniformità è la cosa più difficile da fare perché chi giudica è un umano. Il basket è uno sport molto più tecnico e il campo è molto più piccolo e la velocità è minore, a quella velocità nel calcio invece non puoi pensare che uno veda il tocco sullo scarpino, è tutta solo una sensazione. Detto questo devo dire che lo sforzo di ogni designatore resta quello di uniformare l’arbitraggio, o almeno provarci. Poi capisco alcune persone, che hanno “sbottato” perché hanno visto falli di mano simili trattati in modi diversi...».

Nel podcast “Fischio Finale” c’è la prima puntata con Balzaretti e a un certo punto si parla di esultanze. Quando si va sulle barriere più che una regola è una possibilità dell’arbitro, giusto?

«La regola al di là dell’esultanza che non deve nuocere o essere provocatoria, è che c’è un capitoletto che parla di recinzione e che dice che tu non puoi salirci. Ma qual è la recinzione? Cambia a seconda delle categorie o di come sono fatti gli stadi. Quindi sostanzialmente se non c’è provocazione o incolumità si può prendere la licenza di capire qual è la recinzione, cosa diversa è quando vai a provocare o fare il gesto del silenzio alla curva. Io quando arbitravo credo di non aver mai ammonito per un’esultanza, anche perché nel campo c’è molto di peggio. In campo mi prendevo le parolacce, quelle colorite ovviamente, ogni tanto scappava. Dopodiché ci davamo il cinque e ci chiarivamo. Ora con i social dobbiamo dare gli esempi ai ragazzi, perché adesso è molto diverso e non sarebbe possibile, non è bello un arbitro che va con toni coloriti verso i giocatori, è un altro calcio dai». 

Open Var ha chiuso i battenti: passo avanti o passo indietro? 

«Non posso non esser sincero, tutto ciò che porta a trasparenza e condivisione credo sia ineluttabile. In Inghilterra e Spagna danno addirittura in real time cosa è stato detto. Tante volte sembra però non funzionare questo binomio arbitri-stakeholder». 

Nella Capitale si parla ancora di una “Tripletta di Rocchi” in Juventus-Roma (nel 2014). La partita seguente, Roma-Chievo, la arbitrò Calvarese...

«Roma e Lazio penso di averle fatte 60-70 volte perché c’erano tanti arbitri romani e quindi ne rimanevano pochi al di fuori. Ho sempre trovato ambienti caldi e passionali, ho sempre sentito tanta umanità. Quella partita che arbitrai fu una delle poche in cui sentii come se si fosse persa la fiducia, mai sentita una cosa simile. Ma quella volta percepii un po’ di freddezza soprattutto dai calciatori, nonostante sapevo che si fidassero di me, perché sono sempre stato uno che ammetteva quando sbagliava, dicendo anche il motivo del mio sbaglio. Quel Roma-Chievo mi dispiacque».

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