Decreto crescita. Roba di poco meno di un anno fa. Varato dal Governo di allora per favorire il «rientro dei cervelli». Un po' tutti ce lo siamo dimenticato troppo in fretta, cancellato poi del tutto in questi mesi di paure, crisi economica, preoccupazioni per il futuro. Ricordando: il decreto prevedeva per tutti i lavoratori che dopo aver trascorso almeno due anni all'estero (in precedenza gli anni erano cinque e la tassazione meno agevolata) si trasferivano nel nostro paese, vantaggi fiscali non di poco conto. Per lavoratori devono intendersi tutti. Compresi i bipedi che prendono a calci un pallone. In sostanza, riferendoci al mondo pallonaro, il decreto consentiva alle nostre società carichi fiscali inferiori del 70 per cento rispetto alla normalità. Per capirci: se prima bisognava pagare tasse sugli stipendi che di fatto raddoppiavano il netto garantito al bipede, con questa norma inserita nel decreto crescita, la tassazione dovuta si riduce al 30 per cento della somma, a patto che il lavoratore resti almeno due anni in Italia.

Un esempio per rendere il tutto più chiaro: per un calciatore che di stipendio prende 2 milioni netti, prima bisognava pagare di tasse quasi la stessa cifra per un costo complessivo da mettere a bilancio di 3 milioni e 700mila euro circa; da un anno a questa parte, invece, quei 2 milioni sono tassati al trenta per cento, quindi costo complessivo 2 milioni e 600mila, con un risparmio secco di oltre un milione. Nel mercato dello scorso anno se ne parlò soprattutto a proposito del costoso ingaggio che la Juventus garantì a De Ligt per convincerlo a trasferirsi nella nostra penisola, ma di fatto quella norma interessò tutti gli stranieri, o italiani, di rientro dopo aver trascorso due anni all'estero, nel nostro campionato, non più il più bello del mondo.

Detto che a noi della Juventus e di De Ligt interessa il giusto (ma solo quest'anno), proviamo a trasferire il tutto in casa Roma. Facendolo, ci sembra di poter dire che tenere ancora a busta paga due giocatori come Smalling e Mkhitaryan, può portare soltanto vantaggi. Uno retroattivo, perché se i due dovessero tornare in Premier dopo un solo anno la società giallorossa sarebbe obbligata a versare il settanta per cento risparmiato in questa prima stagione. Roba che considerando un netto per ciascuno di 3 milioni di ingaggio, costringerebbe la Roma a versare di tasse circa altri 2,4 milioni per andare a coprire la differenza rispetto al milione e ottocentomila euro versato in questa prima stagione dell'inglese e dell'armeno che tanto piacciono a Fonseca. Cifra che andrebbe ulteriormente a impicciare i conti societari, che come ormai sanno tutti non sono proprio confortanti. Il secondo motivo è che questa norma per la Roma rappresenta un motivo in più per accontentare il suo tecnico e tenere a Trigoria i due giocatori almeno per un'altra stagione, anzi meglio ancora per più tempo. Anche in base a questi numeri, le due trattative con Manchester United e Arsenal stanno andando avanti con segnali sempre più incoraggianti per una felice conclusione. In particolare quella con i Gunners per l'armeno, trattativa che qualcuno suggerisce sia già stata definita con il prolungamento contrattuale del giocatore con il club inglese, un altro anno di prestito per la Roma che poi, dopo dodici mesi, dovrà onorare un obbligo di riscatto se si saranno verificate determinate condizioni (almeno un tot, più di venti, di presenze di almeno 45 minuti).

Segnali positivi arrivano anche da Manchester, a partire dal fatto che i rapporti tra i due club sono tornati molto sereni dopo un iniziale gelo, conseguenza di una prima offerta della Roma ritenuta troppo bassa da sir Alex Ferguson. I contatti tra le due società sono molto frequenti e tra le parti non si sta parlando soltanto di Smalling. La Roma, infatti, ha fatto capire all'United di essere disposta a inserire nell'affare anche un suo giocatore, oltre al giovane Calafiori. Il nome è top secret, ma alcuni indizi fanno ritenere che si tratti di Ünder. Che la Roma metterebbe sul piatto della bilancia in cambio del cartellino del difensore più un tot di cash con entrambe le valutazioni garantite anche per consentire plusvalenze, utili soprattutto al bilancio giallorosso.

Non è difficile capire, a questo punto, come per la Roma (e qualsiasi altro club italiano) acquistare all'estero sarà ancora preferibile se non altro per una questione di tassazione. E a voi chi vi viene in mente pensando a un giocatore che milita in un campionato che non sia quello italiano? Sì, è lui, lo spagnolo Pedro, in scadenza di contratto con il Chelsea il prossimo 30 giugno, intenzionato a vivere una nuova avventura, obiettivo ormai più o meno dichiarato della Roma per la fascia sinistra (soprattutto) offensiva. Anche per lo spagnolo varrebbe la norma di una tassazione del suo ingaggio al 30 per cento. Come dire che a fronte di uno stipendio netto di 3 milioni a stagione, Pedro come buste paga costerebbe meno di 4 milioni. Se si pensa che Perotti ne costa, lordi, oltre 5, sarebbe un bell'andare.