Dopo, sembrano sempre partite facili. Dopo, però. Ma in Champions League in campo ci devi andare e ogni eccellenza di ogni campionato europeo qualche insidia te la può riservare. Dopo, se le vinci, erano partite facili e avversari scarsi. Però, per quanto ogni confronto nel calcio rischia di essere insensato, qualche punto di riferimento andrebbe preso. E forse, con tutta la crisi che lo sta investendo, il Real Madrid potrebbe rappresentare un parametro degno di considerazione. Perché dopo aver battuto la Roma con una prestazione davvero impressionante, poi i blancos di Lopetegui hanno perso al Luzhniki in una partita che non è stata la solita partita stregata. Per dire, nonostante tutta la gara a rincorrere (Vlasic ha segnato al 2' minuto) hanno tirato verso la porta di Akinfeev 26 volte ma appena 3 nello specchio. Ieri la Roma nonostante il rassicurante vantaggio al 30', il raddoppio a fine primo tempo e il tris ad inizio ripresa, ha tirato tra i pali di Pomazun addirittura 13 volte (20 in totale). Dici, ma il fattore campo ha il suo peso. Dunque, il Real martedì sera avrebbe dovuto sottomettere in maniera inequivocabile il Viktoria Plzen, quella che secondo molti osservatori all'Olimpico di Roma ha dimostrato di essere una squadretta, e invece non lo è affatto. Tanto che al Bernabeu ha perso di misura (2-1) giocando - citiamo la cronaca di Sport.cz - «la più bella gara mai disputata in Champions League, segnando un gol e creando diverse occasioni da rete: è mancato solo il risultato, ma la prestazione è stata degna dei campioni della Repubblica Ceca».

Il bis della Roma

Ma torniamo alle cose di cosa nostra. Dopo la splendida prestazione del turno precedente (il 5-0 contro i cechi è stata forse la più bella partita giocata dal punto di vista stilistico di questa stagione dalla Roma), il timore che la squadra vicecampione di Russia potesse rappresentare un ostacolo difficile da saltare era forte. Roma, del resto, è così: nelle ultime cinque partite, la squadra giallorossa aveva uno score di quattro vittorie e una sola sconfitta, l'ultima con la Spal, arrivata però in circostanze particolari, dopo una partita decisamente sfortunata. Ma ovviamente conta solo l'ultima partita, non il percorso di crescita compiuto dalla squadra anche quest'anno, dopo il lungo lavoro effettuato in questi primi tre mesi con il nuovo organico. E invece la Roma è scesa in campo con la giusta convinzione e con una squadra molto simile a quella apparsa svagata appena tre giorni prima, con due cambi in difesa (Manolas e Santon al posto di Marcano e Luca Pellegrini) e uno in mezzo (De Rossi per Cristante). Per mezz'ora la partita è stata equilibrata, con la Roma abbastanza frustrata nella sua intenzione di attaccare con continuità opposta a una squadra strachiusa in fase di non possesso (541 in due linee vicinissime e molto arretrate: il baricentro alla fine rimasto bloccato sui 49 metri, decisamente basso, e analogo atteggiamento nel recupero della palla, 28 metri) eppure pronta a trasformarsi in fase di possesso con i due esterni pronti ad appoggiare la manovra d'attacco che puntava tutto sulla qualità dei tre giocatori più offensivi, i giovanissimi Vlasic, Sigurdsson e Chalov. Per un po' il piano russo ha funzionato, ma poi la Roma ha preso il sopravvento sul piano tattico, con il palleggio in mezzo al campo e reggendo bene il confronto sul piano fisico, fino allo strapotere finale. Ma tutto è partito dall'azione del primo gol e merita di essere raccontato nel dettaglio.

Quei 29 passaggi

Quel che è accaduto negli 80 secondi intercorsi tra il minuto 28'02" e il minuto 29'22" è agli atti: i 29 passaggi che da Manolas a Dzeko hanno permesso alla Roma di trovare il vantaggio facendo toccare il pallone a tutti e dieci i suoi giocatori di movimento rappresentano un record (uguagliato, lo fece il Barça col Celtic nel 2017) che simboleggia in maniera stringente l'ispirazione spagnola della filosofia di gioco di Di Francesco. È stata una lunga manovra modello Tiki-taka che proprio come accadeva una volta al Barcellona di Guardiola è stata il grimaldello per aprire la chiusa difesa russa. Senza mai perdere la pazienza, proprio come vuole l'allenatore, la Roma ha cercato il varco trovandolo proprio dopo aver ripetutamente spostato il nucleo del dispositivo difensivo, partendo peraltro da una posizione di pressione alta, culminata col rinvio dalla difesa intercettato di testa da Manolas: da lì hanno toccato la palla nell'ordine Nzonzi, Manolas, De Rossi, Fazio, Pellegrini, El Shaarawy, Santon, Pellegrini, De Rossi, Florenzi, Nzonzi, Ünder, De Rossi, Fazio, El Shaarawy, Santon, El Shaarawy, Fazio, Manolas, Nzonzi, De Rossi, Nzonzi, De Rossi, Nzonzi, De Rossi, Pellegrini, El Shaarawy, Pellegrini e Dzeko, che ha segnato praticamente a porta vuota. Rivedendo i nomi dei giocatori coinvolti nei passaggi possiamo capire come la Roma abbia spostato velocemente il pallone da destra a sinistra, da davanti a dietro, ripassando davanti e poi a destra e poi a sinistra e poi dal centro finché Pellegrini non ha capito che si poteva andare ad attaccare una zona rimasta scoperta e con la sua accelerazione, nella qualità garantita dal palleggio con El Shaarawy, ha favorito la percussione e il gol del bosniaco, bravissimo a seguire l'azione fino in fondo. La Roma deve ricostruire il suo futuro partendo da qui, e dai suoi due registi, De Rossi, certo, e soprattutto Nzonzi, capace di effettuare 75 passaggi positivi e appena 4 negativi. E c'è ancora chi lo discute, misteri dell'opinionismo di questa città.