Il Brasile non esiste. È talmente grande che ce ne sono tanti e diversi. Santa Caterina, Porto Alegre, Rio grande do sul, è il sud del Brasile, dove fa più freddo e si pensa meno a divertirsi e più a lavorare. Anche il calcio che si pratica a Porto Alegre è il meno brasiliano di tutti. Dovete dimenticare i palleggi con i barattoli o con le arance di Pelè, i tanti talenti che hanno affinato la tecnica sulle spiagge, l'estro e la fantasia. Lì prevale una concezione tattica rigorosa. Da lì, non a caso, sono arrivati centrocampisti come Emerson e Dunga. Da lì, prima di loro, arrivò il calciatore perfetto: Paulo Roberto Falcao. Piede da brasiliano del nord, testa da brasiliano del sud. Una sintesi migliore in un calciatore non poteva esserci.

Falcao: le origini del Mito

Nasce in una famiglia povera il 16 ottobre del 1953. Il padre è un camionista, la madre ogni tanto fa la sarta per arrotondare il bilancio familiare. A 11 anni viene preso nelle giovanili dell'Inter Porto Alegre. Raccoglie e vende vuoti di bottiglia per pagarsi l'autobus. «Quando ho preso il primo stipendio, ho speso la metà dei soldi in vestiti». Probabilmente l'ha sempre fatto anche dopo, man mano che lo stipendio aumentava. Amava il bel vestire, era sempre elegante, teneva alla sua immagine. Anche lì, in quella parte del Brasile dove non si pensa a divertirsi oggi, ma a lavorare per domani. A guardare avanti. Per questo aveva sempre la testa alta in campo. Per guardare avanti. È quello che ha insegnato alla Roma.

«Appena arrivato, un giocatore mi disse: "Siamo contenti, adesso abbiamo un giocatore straniero al quale dare la colpa se le cose non andranno bene". Io rimasi composto e gli risposi: "Bè, questo straniero vi dice che inizia a capire perché la Roma non vince il campionato da 40 anni. Perché ha giocatori che ragionano come te"». Falcao in Brasile aveva vinto tre campionati nazionali, uno dei quali senza che la sua squadra perdesse neanche una partita. Non erano mancate le delusioni, certo, come la sconfitta in finale di Copa Libertadores e la mancata convocazione ai Mondiali del 1978. Per questo, perché col Brasile non lo avevamo visto, al momento del suo arrivo a Roma fu accolto quasi come uno sconosciuto. Piano piano, però, si cominciò a capire che forse, anche se prima di lui la Roma aveva provato a prendere Zico, non era proprio l'ultimo arrivato, il primo arrivato a Roma dopo la riapertura delle frontiere. Era pur sempre stato eletto miglior giocatore sudamericano per la stagione 1978-79, ad esempio.

L'arrivo a Roma

E così, mentre i tifosi dell'Internacional Porto Alegre erano in rivolta, i tifosi della Roma invasero l'aeroporto di Fiumicino per accoglierlo il 10 agosto 1980. Il giorno in cui è cambiata la storia della Roma.
Per capire la grandezza del messaggio che Falcao ha portato a Roma, basta fare la media delle posizioni in classifica della Roma prima e dopo il 1980. «Dobbiamo battere la Juventus e vincere lo scudetto». Ma che cosa sta dicendo questo centrocampista che gioca davanti alla difesa e che doveva essere Zico? Di cosa parla? Nessuno capisce la sua grandezza all'inizio. Anzi, non si capisce neanche come si pronuncia il suo nome. Jorge Ben ci ha fatto una canzone, giocando su tutte le possibili pronuncie. Falcao, Falcòn, Falsao, Falcone. «Se il tifoso romanista mi chiama Falcao, va bene Falcao». La questione era già stata risolta da lui con l'essenzialità che lo aveva reso un grande calciatore.

A casa sua, un giornalista, guardando le sue foto da bambino, notò che anche a 10 anni giocava senza guardare la palla. «Che la guardi a fare?» rispose Paulo. «Non sai che ce l'hai sempre tra i piedi». È questa la sua forza. Non deve preoccuparsi di ciò di cui si preoccupano gli altri. Lui guarda avanti. La sua non è visione di gioco. È previsione del gioco. Non era il regista del centrocampo. Era un direttore d'orchestra. Possedeva due doti che lo resero grandissimo: nel suo movimento perpetuo riusciva sempre a smarcarsi. Prima di ricevere il pallone sapeva già dove e a chi passarlo. Calcio semplice nella sua essenzialità. Ma quando faceva il numero era uno spettacolo. È stato il più grande giocatore senza palla che si sia mai visto. Si muoveva sempre per il campo. Non era da vedere in televisione. Bisognava vederlo allo stadio per capire. Lui lo diceva che bisogna prevedere, non vedere. La visione di gioco è una balla. Quello che conta è la previsione del gioco. Leader.

L'incontro con Liedholm

Il suo è un modo di parlare, di vivere e di giocare al calcio che non c'entra con gli altri. All'inizio non lo capisce neanche Dino Viola, che gli chiede di fare qualche numero da circo nella prima amichevole, per far contento il pubblico. «Presidente, l'ho accontentata. Ma non mi chieda mai più una cosa del genere. Io sono qui per vincere». Uno, però, l'ha capito subito. Nils Liedholm. E lo spiega agli altri nell'intervallo della prima partita di campionato, a Como. «Non va bene – dice ai giocatori – questo ragazzo ha toccato solo cinque palloni. Bè, sappiate che questo ragazzo deve toccare cinquecento palloni». «Dicevo: puoi tenere la palla di più – ha raccontato una volta il Barone in una puntata di "Sfide" - Quando aspetti il momento giusto, la passi. Così, dopo un po' di tempo, hanno iniziato a scoprire..." Lì fa una pausa, cercatela su youtube. Poi riprende: «...Falcao» e inventa un altro modo di pronunciarlo. Sospirando alle ultime due lettere. Col tempo, la grandezza di Paulo Roberto Falcao l'abbiamo capita tutti. I numeri li sapeva fare, eccome. Ma solo se erano utili. Una volta a Genova ha camminato sul pallone. Contro il Cska Sofia ha spostato tre avversari con uno stop di petto. Contro la Fiorentina è sparito, nessuno l'ha più visto, è ricomparso e con un colpo di tacco al volo ha fatto segnare Roberto Pruzzo. «Lo faccio solo se è importante per la squadra».

L'ottavo Re di Roma

Lo scudetto non arriva subito perché a Turone viene annullato un gol. Non gli va giù e allora subito dopo vince la Coppa Italia eliminando la Juventus e pochi mesi dopo segna lui, in casa della Juventus. Quel gol non gli è andato giù. Ne parla ancora oggi. Lo ritira fuori al momento giusto, quando, nel 1983, un altro gol dubbio della Juve mette a rischio uno scudetto che la Roma pensava di aver già vinto e che ora crede di aver perso. Non lui. Deve dirlo a tutti. Va in tv, Giovanni Minoli gli chiede: «Questo fatto che la Juve crede nello scudetto?». «La Roma crede ancora di più», risponde lui. «Aveva capito che era il momento di battere la Juve con le parole – ha raccontato Pato, il suo fratello di latte – e mi aveva detto: se non faccio questa cosa, non ce la faremo». A Pisa ha segnato lui. Ha esultato rimboccandosi le maniche, lui che viene dal sud del Brasile, terra di lavoratori. Ha vinto lo scudetto con la testa e con le parole. Ci ha guidati dall'alto, alto come la sua fronte. Tutti avevano imparato come si pronunciava il suo nome, ma lo chiamavano il Divino o l'ottavo re di Roma. E lui, Re, viveva, giustamente, un rapporto sempre un po' distaccato con i suoi sudditi.

In campo i compagni lo cercavano... dava coraggio a compagni e pubblico. Il coro "Falcao! Falcao!" non era fatto per incoraggiare lui, ma il pubblico lo faceva per ricordare a se stesso che Falcao era in campo. Lui che, Re, quando esultava scendeva in terra per concedersi alla sua gente, come dopo il gol al Colonia. Già, le sue esultanze. Quel saltello innaturale, impossibile da replicare per chiunque, straordinariamente elegante. Una volta dopo un gol al Napoli, ricadendo, sentì una fitta. Era il segnale. Non ha più giocato una partita ufficiale con la Roma. Era il 16 dicembre 1984 e nella notte il Liverpool aveva giocato contro l'Independiente quella finale di Coppa Intercontinentale che dovevamo giocare noi.

Falcao era programmato per arrivare a quel giorno, quello in cui la Roma sarebbe dovuta arrivare in cima al mondo. Se non ci siamo arrivati non è certo per un rigore non tirato. «Abbiamo perso perché era la prima volta che facevamo una finale così». Nell'essenzialità – anche con le parole è come in campo – della sua spiegazione ci sono tutte le nostre elucubrazioni su quella notte senza stelle. Lui che era arrivato nella notte in cui cadono le stelle e che ci ha insegnato a guardare la luna, non il dito. Sta già pensando alla seconda volta. Sa che il suo insegnamento tornerà utile, anche se si tornerà sempre a parlare di quel rigore e di un ottavo re di Roma che divenne imperatore e che, proprio come molti imperatori romani, è stato detronizzato per troppa stima di sé. Troppa?