Finisce col torello dei romanisti a palleggiare contro i laziali ridotti in dieci, poi con qualche bottiglia d'acqua spruzzata l'uno verso l'altro e tutte verso il cielo al fischio finale di Pairetto, e infine tutti in campo a festeggiare e a correre verso la Sud vuota, ma riempita dall'enorme coreografia con la scritta Daje Roma Daje poggiata sui seggiolini "affittati" da 46035 tifosi che hanno in qualche modo partecipato al derby numero 156, vinto 2-0 con un gol per tempo e con una partecipazione al gioco finalmente convinta, sia dal punto di vista tattico sia dell'interpretazione individuale. Il derby l'ha vinto Fonseca, ribaltando il quadro tattico rispetto all'andata e rispetto a tante altre sfide andate male quest'anno, soprattutto contro le big: è stata la prima vittoria stagionale contro una squadra che precede la Roma in classifica ed è arrivata attraverso una strategia tattica finalmente accorta che non significa rinunciataria, ma semplicemente poggiata su strategie solide e non scriteriate in non possesso, con la linea comunque alta e la testa sempre rivolta alla fase d'attacco. Il derby lo hanno vinto Fuzato e Darboe, protagonisti a sorpresa, giovani ma così maturi, lo ha vinto Dzeko che ha guidato la squadra come un vero capitano senza averne i gradi, lo ha vinto Mkhitaryan (arrivato al dodicesimo gol in campionato, più 10 assist), lo ha vinto Pedro con il suo raddoppio da campione, e lo hanno vinto sicuramente i tifosi che hanno partecipato da lontano acquistando quasi 50000 biglietti virtuali che varranno comunque l'invio a casa della maglia con la scritta Mai sola, la stessa indossata da tutti i giocatori nei festeggiamenti finali, parziale consolazione per una stagione che resta comunque fallimentare in campionato, col settimo posto ormai quasi al sicuro e la possibilità eventualmente di andare a far punti domenica in casa dello Spezia già salvo.
La Roma aveva chiuso in vantaggio già il primo tempo in virtù soprattutto della tenuta stavolta accorta suggerita a Fonseca dalla sfida mal giocata a Milano. Contro una squadra tatticamente simile, nelle diversità tecnica soprattutto degli attaccanti e degli interni di centrocampo di Inter e Lazio, stavolta l'allenatore portoghese non ha concesso il gentile omaggio dell'uomo in più nella fase di non possesso, abbassando la prima linea di pressione appena sopra la metà campo, chiedendo un gran sacrificio agli esterni del suo dispositivo offensivo (Mkhitaryan e El Shaarawy) fino ad abbassarsi nel giro palla sui quinti laziali (mentre a Milano erano soprattutto i terzini della linea a quattro ad alzarsi in pressione), e tenendo sempre Pellegrini (il centrocampista più alto dei tre) su Leiva ma mai fin dal primo palleggio e comunque solo dopo essersi sincerato di avere le spalle coperte dalla densità dei compagni di reparto. Questa diversa accortezza della Roma, unita ad un atteggiamento decisamente più "partecipato" di tutti i giocatori, ha fatto sì che la partita vivesse uno stallo piuttosto evidente, che poteva essere rotto solo dall'episodio o dal colpo del campione. Inzaghi confidava nel suo solito gioco sparagnino e magari nel solito atteggiamernto un po' sbarazzino della squadra giallorossa, alta solo nelle tempestive risalite della linea di difesa, ma molto più compatta del solito. Così gli unici varchi trovati dalla squadra biancoceleste nel primo tempo sono stati per un errore di Ibanez, entrato in campo già malconcio e infatti uscito al 37° (al suo posto Kumbulla) e per una splendida infilata di Luis Alberto per Milinkovic-Savic.

Nel primo caso, dopo un intervento di testa e un successivo tentativo di rinvio lisciato, il difensore brasiliano si è fatto caricare da Savic con un intervento ai limiti del regolamento (ha toccato la palla, vero, ma facendo leva con l'anca per spodestare il romanista in vantaggio), sul successivo assist del serbo (all'indietro, un po' come Darmian e Lukaku in occasioni dei due gol interisti del primo tempo mercoledì scorso) è arrivato in corsa Luis Alberto, ma sul suo gran destro Fuzato è stato bravissimo a gettarsi in avanti con coraggio, buttandosi davanti ai piedi di Darboe e deviando in calcio d'angolo. Su un analogo tentativo di assist all'indietro precedente di Lazzari era stato invece bravissimo Karsdorp a chiudere tempestivamente sul tentativo di conclusione dello stesso Luis Alberto. L'altra occasione era stata invece inventata dallo stesso fantasista biancoceleste, con un bellissimo corridoio trovato per Savic che tra Mancini e Peres si è presentato davanti a Fuzato ma ha mandato alto il tentativo di pallonetto. E la Roma? Ha affrontato la partita con la giusta umiltà, lasciando spesso lo spazio d'impostazione solo ai difensori laziali, ma alzando l'intensità delle pressioni dalla metà campo in su, chiudendo ogni varco di facile lettura e provando a ripartire, ma senza mai far attaccare insieme i due terzini. L'unica sofferenza conclamata sembrava quella di Peres sul velocissimo Lazzari: ammonito già al 16°, il brasiliano è andato ovviamente in difficoltà nei duelli personali, anche se se l'era dignitosamente cavata fino all'intervallo, quando Fonseca ha preferito sostituirlo con Santon, che però al primo duello del secondo tempo, ha steso l'avversario rimediando anche lui la sanzione. Ma a quel punto la Roma era già un vantaggio, grazie per l'appunto all'intuizione del campione, di Dzeko, che al 43° si è mosso fuori linea sull'iniziativa di El Shaarawy e ha ricevuto la palla d'esterno nel tempo giusto, poi appena dentro l'area ha puntato Acerbi facendogli passare la palla da una parte e saltandolo sull'altra, per poi scavare deliziosamente l'assist per il piattone facile al volo di Mkhitaryan.

Col vantaggio tecnico e psicologico del gol, e con la forza tattica di un dispositivo difensivo a cui l'impulso centrale di Darboe ha dato il contributo decisivo (riconosciuto pure da Fonseca a fine partita), la Roma non ha mai sofferto le ripartenze laziali nel secondo tempo e l'unica loro occasione costruita palla a terra (cross da destra di Luis Alberto e splendido colpo di tacco di Immobile su cui Fuzato si è aperto in una bellissima parata in tuffo) se fosse stata concretizzata sarebbe stata annullata dal Var per la posizione di evidente fuorigioco di Immobile stranamente non rilevata dall'assistente di Pairetto, arbitro quasi sufficiente della sfida, se non fosse stato per la gestione davvero originale dei cartellini, con Peres, Santon e Acerbi unici ammoniti (il laziale due volte) nonostante diversi falli di diversa specie. La Roma ha invece costruito quattro palle-gol prendendo possesso del centrocampo a mano a mano che Inzaghi provava a rinfoltire l'attacco, prima con Pereira e Luiz Felipe per Muriqi e Lulic, poi con Caicedo e Fares per Radu e Marusic, per un improbabile 4312 con due interni/trequartisti come Luis Alberto e Milinkovic e quasi tre punte, a lasciare praterie per le ripartenze romaniste. In una di queste Pedro, entrato con Villar per dar fiato a El Shaarawy e Pellegrini, ha approfittato degli spazi enormi sulla trequarti, ha puntato la porta, è rientrato sul sinistro e ha battuto Reina senza troppo sforzo, trovando il raddoppio al 33° dopo che lo avevano già sfiorato Cristante (due volte) e Dzeko. E nel finale ci proveranno anche Villar e ancora Dzeko, uscito tra la standing ovatione dei compagni, antipasto della gran festa finale.