Tra i tre giocatori della rosa della Roma che hanno già lavorato con lo Special One ce n'è uno che gli deve mezza carriera: Smalling e Mkhitaryan erano già campioni apprezzati, quando se lo ritrovarono sulla panchina del Manchester United, Davide Santon un ragazzo della Primavera dell'Inter, peraltro tra i più giovani. E avrebbe sicuramente fatto il calciatore di professione, perché nell'Inter Primavera non ci si arriva per caso, tantomeno in quegli anni, in cui i 1991 nerazzurri erano forse l'annata più forte del calcio italiano (Destro davanti, che segnava a ogni partita, Caldirola dietro, Obi e Tremolada in mezzo, oltre a lui: la Roma di Bertolacci, D'Alessandro, Brosco, Crescenzi e Florenzi era una delle poche che poteva giocarsela), ma non è detto che sarebbe arrivato a giocare 8 gare in Nazionale, 82 in Premier League, e 139 in Serie A, senza l'intervento del portoghese coi capelli brizzolati. E i numeri sarebbero potuti essere ben più alti se il terzino di Portomaggiore, provincia di Ferrara, trent'anni compiuti lo scorso 2 gennaio, non avesse dovuto fare i conti con una lunga serie di problemi muscolari, che lo hanno tenuto fermo anche quest'anno, da ottobre a gennaio, e poi di nuovo a febbraio. A Fonseca piaceva: quando Karsdorp si fece male, alla prima giornata, ed erano entrambi a disposizione, il portoghese scelse lui, non Bruno Peres, al posto dell'olandese. L'altro portoghese, quello che prenderà il suo posto dal primo luglio, lo aveva schierato per la prima volta a 18 anni, in una gara decisiva, proprio contro la Roma, un quarto di finale di Coppa Italia, gara secca a eliminazione diretta, per completare una difesa di ex e futuri romanisti: Maicon a destra, la coppia di garra argentina Samuel-Burdisso al centro. Mancava il titolare di sinistra, il brasiliano Maxwell, ma in panchina, oltre al non indimenticabile colombiano Rivas (32 presenze in tre campionati di serie A, di cui 16 nei sei mesi in prestito al Livorno), c'era l'eccellente mancino di Chivu, uno che sarebbe stato un ottimo terzino sinistro, se non fosse stato già un ottimo difensore centrale. Ma Mou sorprese tutti mettendo titolare quel 18enne che aveva portato cinque volte in panchina, tra campionato e Champions, ma senza mai fargli giocare un minuto. In quel periodo il ciclo della Primavera era triennale, quell'anno giocavano i ragazzi nati tra il 1989 e il 1991, più i fuoriquota classe 1988: quel 21 gennaio 2009 in cui Santon debuttò in prima squadra, giocando subito 90', il suo coetaneo Alessandro Florenzi, uno che ha appena giocato una semifinale di Champions League, aveva giocato solamente due partite intere in Primavera. Ed esordì coi grandi (non da titolare, ma subentrano in una gara già vinta), quasi due anni e mezzo dopo, il 22 maggio 2011. Esordì anche fuori ruolo, quel giorno Santon: in Primavera era un'ala destra, si ritrovò in difesa, e sulla fascia opposta. E se la cavò molto bene: Taddei, il suo avversario diretto, andò in gol, al 16' della ripresa, pareggiando il vantaggio firmato dopo 10' da Adriano, agli ultimi fuochi in nerazzurro, ma non bastò certo a rovinare la sua prestazione. Né a portare la gara ai supplementari, visto che la squadra di Spalletti incassò il 2-1 di Ibrahimovic appena un minuto dopo il pareggio.

Cinque mesi d'oro

L'ottima prova di quel giorno valse a Santon l'esordio in Serie A, quattro giorni dopo, sempre da titolare: un mese dopo, ancora dal primo minuto, giocò la prima partita nelle Coppe Europee, contro l'avversario che (probabilmente partendo dalla panchina) ritroverà stasera, lo United. Cinque mesi dopo quell'esordio aveva già raccolto 20 partite con la prima squadra, di cui 16 in Serie A, e Marcello Lippi lo fece esordire in Nazionale, a 18 anni e 5 mesi. E a Milano scomodarono la loro leggenda, paragonandolo a Giacinto Facchetti: rimase l'anno dopo, vincendo il triplete, se ne andò sei mesi dopo Mourinho, prima in prestito al Cesena, poi definitivo al Newcastle. La prossima stagione si ritroveranno: ha un contratto con la Roma fino al 2022, difficile che accetti di andare via proprio ora, che ha la possibilità di lavorare di nuovo con il suo mentore.