In vista del derby Roma-Lazio di domani, parte del match program è dedicato alle pagine dell'autobiografia "Un Capitano" in cui Francesco Totti racconta le sue sfide con i biancocelesti. 

È stato l'uomo derby. Se non altro per un mero fatto statistico: Francesco Totti è il romanista con più presenze, gol ufficiali e vittorie nelle stracittadine. 45 partite, 11 gol e 16 successi conquistati contro l'avversario che più di altri ha acceso la sua fantasia, in campo e fuori. Lo storico capitano racconta il rapporto con il sodalizio biancoceleste nell'autobiografia "Un capitano" (editore Rizzoli), scritta con Paolo Condò e dal 27 settembre in vendita nelle librerie. "La Lazio è tutta la vita che l'affronto, dal primo derby a tredici anni fino all'ultimo della carriera, la sconfitta dell'aprile 2017 quando giocai senza incidere nei venti minuti finali. Da bambino i sentimenti non sono schermati, ciò che provi ti brucia sulla pelle, e io odiavo la Lazio al punto da attaccare sull'album Panini le figurine dei suoi giocatori a testa in giù. Rovesciati, non li volevo nemmeno vedere in faccia. (…)". La prima sfida capitale la gioca il 6 marzo 1994. "Voglio entrare come una palla di cannone. Sento di poter incidere", scrive. "Negro mi assesta subito una pedata, inaugurando quello che nel tempo sarà sempre un duello velenoso. Negli ultimi minuti, dopo alcune buone iniziative che non si concretizzano, punto proprio lui sulla fascia destra, lo salto, entro in area e, andando al cross dalla linea di fondo, vengo toccato da dietro. È rigore. (…) Non c'è lieto fine, al mio primo derby: Giuseppe (Giannini, ndr) mira angolato ma non abbastanza, Marchegiani è molto bravo a deviare in tuffo. Finisce così e non mi rincuora aver giocato bene". Anno 2000, nella stagione del terzo scudetto, decide il derby di andata un autogol di Negro. È delirio tra i tifosi. E Totti lo racconta così: "(…) va malissimo a Negro e non posso dire che mi dispiaccia, perché si tratta di un avversario fastidioso, di quelli che oltre a menarti, insultano e provocano, immagino per farsi bello agli occhi dei suoi tifosi. La maglietta della Roma col suo numero, il 2, e il suo nome è una presa in giro a uno che se la merita". Decisamente un altro rapporto, di stima e rispetto reciproco verso Alessandro Nesta, per anni capitano biancoceleste: "Sono stato molto odiato dai tifosi della Lazio, come è normale che sia, ma la situazione si è particolarmente inacidita quando Sandro (Nesta, ndr) è passato al Milan. Lì ho avvertito proprio l'ondata di ritorno di una pesante frustrazione, perché in base a una grammatica sentimentale Nesta e io ci saremmo dovuti stringere la mano al centro del campo prima di ogni derby sino a fine
carriera. Sino a consunzione fisica di due simboli così nobili".

Non è una partita come le altre. Non può esserlo per chi ha vissuto questa contrapposizione da bambino, scegliendo di giocare senza dubbio alcuno proprio con la Roma e non con la Lazio, nonostante – racconta sempre Totti – l'offerta economica fosse migliore quella laziale. "La forza viscerale delle emozioni nate quando sei un ragazzo rimane per sempre: vincere un derby ti fa stare benissimo, quando lo perdi rosichi più che in qualsiasi altra occasione. (…) Quello del gol di Di Canio – bellissimo, fra l'altro – non lo scorderò finché campo, per quanto ho rosicato. Lui che festeggia sotto alla Sud, mamma mia… Ancora più dolorosa fu la sconfitta nella finale di Coppa Italia, con il gol di Lulic, perché ci tenevo ad alzare il trofeo all'Olimpico dopo un derby, e c'era in ballo la conferma di Andreazzoli, una brava persona alla quale avrei dato volentieri una mano". Dolori e gioie. Molte e irrazionali. "Poi, per fortuna, ci sono i derby felici. (…) Per esempio quello che vincemmo nel '99, bloccando la fuga verso il titolo della Lazio: 3-1 con mio gol al novantesimo ed esposizione della maglietta "Vi ho purgato ancora" che i tifosi mi avevano regalato. La gente della Lazio si arrabbiò molto e lo capisco, ma quella era l'epoca degli sfottò e delle prese in giro urticanti, una volta a me e una volta a te, in fondo era divertente". Particolare il derby del 21 marzo 2004, quello interrotto per la notizia di un bambino morto durante gli scontri tra polizia e tifosi. "(…) Un semplice caso di psicosi collettiva? Boh. A me quel che successe quella sera continua a sembrare molto strano". Meglio tornare all'aspetto sportivo: "Voglio ricordare ancora due derby. Il primo risale al 2011, vinciamo 2-0 con una mia doppietta, e un commentatore inglese proclama: "The king of Rome is not dead".

Una sentenza che piace moltissimo ai tifosi e anche a me: qualche settimana dopo, quando una doppietta a Bari mi permette di superare Roberto Baggio nella classifica all time dei marcatori di Serie A, espongo una maglietta con questa scritta. Inciso, perché immagino che a qualcuno la curiosità sia venuta: non esistono t-shirt "non viste", ovvero non è mai successo che abbia preparato una maglietta con dedica e non l'abbia potuta mostrare perché il risultato della partita è andato in un'altra direzione. Forse è stata fortuna, forse motivazione supplementare, di certo le magliette speciali sono state viste tutte. Chiudo con l'ultima soddisfazione, l'intensa gioia crepuscolare del selfie davanti alla Sud dopo la doppietta che riaggiusta il derby dell'11 gennaio 2015. (…) La Sud è così impazzita di gioia che pare traboccare sulla pista d'atletica. La inquadro, mi metto in posa per il selfie, chiedere di sorridere non occorre. Clic". Definisce "il derby più controverso" quello del 18 aprile 2010. "(…) Rocchi segna in apertura di gara, noi non capiamo più niente. Primo tempo bruttissimo, andremmo cambiati tutti. Ma questo è un modo di dire, nello spogliatoio ci aspetta la realtà. Forse la decisione più scioccante che ricordi in un intervallo. "Escono Francesco e Daniele". La voce di Ranieri, che non è alta ma molto secca, ha il potere di imporre il silenzio assoluto. (…) Ranieri si prende un rischio mai visto.

Noi due non muoviamo un muscolo, paralizzati prima dalla sorpresa e poi dalla delusione. (…) Rosichiamo, inutile negarlo, tanto da essere entrambi restii a tornare in campo per vedere come va a finire, e nel rivestirci facciamo tutto molto lentamente, quasi avessimo bisogno di un alibi. (…) E con lo scudetto in ballo alla fine io e De Rossi acceleriamo per correre e vedere il secondo gol di Vucinic, una splendida punizione, e ad assistere senza rancore al trionfo di Ranieri. Ha avuto le palle, poco da eccepire". Descrive poi Rudi Garcia "come professionista della comunicazione", "bravo pure con le parole". In particolare, dopo il derby vinto il 22 settembre 2013, a pochi mesi di distanza dal 26 maggio, 2-0 Balzaretti e Ljajic. "(…) Dopo la vittoria nel derby, primo grande successo della sua gestione, la frase "Abbiamo rimesso la chiesa al centro del villaggio" avrà un effetto moltiplicatore sull'autostima dei tifosi e anche sulla nostra, perché illustrerà al meglio il ruolo del club in città. Roma è della Roma. In tanti
anni questa è in assoluto la mia metafora preferita, quella che mi ha fatto sentire più fiero di essere il capitano giallorosso". Un capitano, Francesco Totti.