Che altro può succedere? Perché quello che stiamo vivendo è un finale di stagione che assomiglia molto, troppo, a una via crucis. Per dire: Fuzato titolare e abbiamo capito perché finora era rimasto a guardare. Santon pure lui in campo dall'inizio e dopo neppure un tempo era già alle visioni mistiche. Bruno Peres sull'altra fascia e non c'è bisogno di aggiungere altro, se non che quando Brunetto ha il pallone tra i piedi neppure lui sa quello che succederà. Prima volta dall'inizio di Dzeko e Borja Mayoral in coppia, causa assenza di tutti gli altri attaccanti; dieci infortunati dieci, roba da Guiness dei primati; Mkhitaryan che da quel polpaccio lesionato di fatto, da quando è rientrato, sembra il fratello scarso, quello che da bambino mettevano in porta perché con i piedi meglio lasciar perdere. Villar che sta dilapidando in poche partite tutte le illusioni, comprese di chi scrive, di poter essere già adesso un giocatore importante. Smalling, pure lui rientrato dopo un'assenza lunga cinquanta giorni, che deve aver sbagliato la dieta vegana. In panchina un Fonseca che basta guardarlo in faccia per capire come per il portoghese i due anni giallorossi abbiano avuto una valenza di una quindicina, è un uomo trasfigurato e devastato da tutto quello che sta succedendo. Pastore, oh Pastore, in campo nella parte finale della partita, roba che fa una tenerezza che non rende giustizia al giocatore che fu. Dzeko che non segna in campionato dalla partita d'andata contro la Samp, ovvero un girone intero, che si presenta dal dischetto e sbaglia, del resto Veretout è tornato in infermeria, Pellegrini è rimasto a casa per emozionarsi per la nascita del secondogenito, Thomas, tanti auguri.

All'orizzonte il Manchester, che ieri si è pure riposato non giocando la sfida contro il Liverpool causa contestazione e invasione di campo dei suoi tifosi, e visto l'andazzo siamo già in preghiera per evitare perlomeno una nuova brutta figura. Un settimo posto che dopo il ko con la Samp e il pareggio del Sassuolo contro l'Atalanta, è sempre più traballante e la cosa, in caso di sorpasso da parte della squadra di De Zerbi, vorrebbe dire una Roma fuori dall'Europa nella prossima stagione. Undicesima sconfitta in campionato, nona (comprendendo quella a tavolino con il Verona) in trasferta. Una valanga di gol al passivo, un paio di pappine anche a Marassi contro una Sampdoria che aveva fuori pure Quagliarella e Keita. Dieci assenti, come dicevamo, Pau Lopez, Calafiori, Pellegrini, Diawara, Pedro, El Shaarawy, Carles Perez, Veretout, Spinazzola, Zaniolo e siccome ne mancava uno per completare una squadra, Kumbulla ha pensato bene di infortunarsi pure lui, botta all'anca e sul ponte sventola bandiera bianca.

Appunto, che altro deve succedere alla Roma? E, soprattutto, cos'altro devono sopportare i tifosi giallorossi in questo finale di stagione che sta spazzando via in maniera traumatica tutte le illusioni che hanno e abbiamo coltivato per sei mesi? Si pensava che dopo l'umiliazione contro il Manchester United, pur con tutte le assenze con cui dover fare i conti, a Marassi si potesse toccare con mano un segnale di vita, un sussulto d'orgoglio, un senso di appartenenza che pare invece non faccia più parte di questo calcio del terzo millennio dove i social sono più importanti di un gol, dove l'apparire purtroppo sembra l'unica cosa che conta mentre l'essere è stato dimenticato chissà in quale buco nero, dove la dignità non pare più essere un valore da difendere e onorare. E' un precipizio senza fondo quello che sta percorrendo questa Roma squagliata, sospesa tra sogni trasformati in utopie e una realtà che, come avrebbe detto Gino Bartali, l'è tutto da rifare. Magari non sarà proprio così, siamo convinti che qualcosa di buono in questa rosa ci sia e, in qualche misura, ce ne aveva dato conferma nei primi sei mesi della stagione, ma ci sembra chiaro che adesso per la nuova proprietà, la famiglia Friedkin, sia arrivato il momento di mettere mano pesantemente su questa squadra, dal tecnico ai giocatori. Perché quei tifosi che prima della partenza per Manchester vi hanno fatto capire, a nome di tutti gli altri, cosa vuole dire amare quei colori e quella maglia, meritano perlomeno di non doversi vergognare per le prestazioni di una squadra che si è dissolta come neve al sole.

Ci sono altre cinque tappe di questa via crucis. In attesa di quello che sarà, c'è l'obbligo, da parte di tutti nessuno si senta escluso, di affrontarle tutte con la serietà almeno dei professionisti, cercando di salvare un posticino in Europa. E sapendo che una delle cinque tappe sarà il derby, una piccola, piccolissima ancora di recupero dignità. Vincerlo non vorrebbe dire cancellare la vergogna di questo finale di stagione, ma perlomeno ci regalerebbe un sorriso. E la gente romanista ne ha bisogno e se lo merita. Poi domani sarà un altro giorno e si vedrà.