La Roma si muove per risolvere la crisi in cui è piombata la squadra e si muove in una direzione contraria a quella che molti (tifosi e addetti ai lavori) dopo la sconfitta di Bologna ritenevano inevitabile: la società giallorossa ha infatti scelto il consolidamento e non il cambiamento. È una (non) decisione chiara, netta, persino logica: l'allenatore è Di Francesco e non si tocca e nessuna ipotesi diversa può essere presa in considerazione, almeno nel breve periodo. Poi, se le cose dovessero continuare a peggiorare, allora gioco forza si potrebbe arrivare a mettere in discussione anche lui, ma comunque non prima della prossima sosta. Nessuno vuole sconfessare la scelta deliberata compiuta a giugno, quando gli è stato rinnovato il contratto fino al 2020. Perché adesso a Trigoria, ma anche a Londra e a Boston, sono tutti convinti che la squadra si riprenderà e lo farà con questo tecnico, come è già accaduto la scorsa stagione. Basta semmai con le scuse dei calciatori, basta con i personalismi, basta con le discussioni interne, con le dichiarazioni polemiche, con le liti e con la logica degli alibi. Come quelli precostituiti legati alle questioni del mercato: perché Strootman e Nainggolan hanno fatto parte di questa squadra per cinque anni ed anche con loro, anche lo scorso anno, non sono mancati i momenti di crisi, anche peggiori di quella attuale. Oggi di tempo per riprendersi ce n'è, a patto di ricominciare a vincere.

Monchi lo ribadirà anche alla squadra alla prima occasione, probabilmente oggi, ma ha preferito non farlo ieri, per non invadere la scena del tecnico che ha deciso di andare in ritiro assumendosene la responsabilità in prima persona, come raccontiamo anche in altra parte del giornale, e che ha quindi affrontato il gruppo da unico leader. Nel suo breve discorso di ieri Di Francesco ha analizzato la partita e affrontato le prospettive future a breve termine, per le ravvicinate e, per diversi motivi, complicate sfide con il Frosinone, domani sera, e la Lazio, sabato. Chiedendo ovviamente unità di intenti, disponibilità, professionalità, spirito di sacrificio. Ma ha parlato solo Di Francesco, appunto. Paradossalmente, intervenire già ieri con i dirigenti avrebbe potuto essere controproducente. Avrebbe significato quasi confermare ciò che la città già sussurra, e cioè che ad essere messo sotto osservazione quale responsabile della crisi fosse (solo) l'allenatore e quindi ribadirgli la fiducia avrebbe significato ammettere che qualcuno lo avesse invece messo in discussione. Del resto, senza dichiarazioni ufficiali si fa notare che questa è la modalità di lavoro di Monchi: pochi discorsi ufficiali solenni, molte parole al momento giusto nelle molte ore passate insieme con il gruppo a Trigoria. Una presenza fisica costante e discreta che non è stata messa in discussione dall'invito che il ds aveva ricevuto per andare a Madrid, al World Football Summit: meglio restare a Trigoria, il momento lo richiedeva. In più c'è Totti, utilissimo per la facilità di interazione col gruppo e per l'amicizia che ha con l'allenatore.

Resta il fatto che la responsabilità di un'eventuale decisione sul destino del tecnico resti di stretta pertinenza del direttore sportivo e nessuno può sostituirlo o prendere decisioni al posto suo in questo senso. Ma alla Roma si è soliti lavorare nella logica della condivisione aziendale e questo vale per lo staff dei magazzinieri come per i dirigenti a più stretto contatto con la prima squadra. Così anche le parole di Pallotta («disgusting» ha risposto all'amico cronista che subito dopo la gara di Bologna gli ha chiesto come si sentisse) hanno l'importanza relativa che devono avere. Il presidente vive le partite da tifoso e chi ha condiviso le emozioni della sfida del Dall'Ara con lui racconta che già dopo pochi minuti era entrato in fibrillazione per le occasioni da rete mancate e per la preoccupazione per una partita che bisognava vincere ad ogni costo. Ma le sorti di Di Francesco non dipendono dagli umori del presidente, ma dalle valutazioni di Monchi che poi sono condivise ovviamente con Pallotta, spesso per il tramite di Baldini, e con Baldissoni, l'uomo sempre vicino al ds.

Che poi Baldini la settimana scorsa abbia effettivamente parlato con Paulo Sousa (uno dei tecnici nominati ieri quali potenziali sostituti di Di Francesco, con Montella e Blanc) è un altro discorso. Il tecnico portoghese, oggi al Tianjin, ha chiamato Baldini perché era interessato alle sorti di Dembélé del Tottenham e ha chiesto notizie a quello che resta un suo abituale interlocutore, senza peraltro mai sfiorare l'argomento Roma. Sousa non ha alcuna intenzione di lasciare la Cina, è felicissimo dov'è e ha con sé anche la figlia che studia il mandarino ed è interessata alla carriera diplomatica. E se dovesse cambiare squadra, vorrebbe proseguire la sua esperienza in Oriente. La candidatura Conte poi non potrebbe mai concretizzarsi per almeno 19 milioni di motivi: tanti quanti sono gli euro in ballo con il Chelsea dopo l'esonero di poche settimane fa. L'ex juventino in questa stagione resterà dov'è. Né sembrano riscuotere particolari simpatie Montella o Blanc. Nomi buoni solo perché al momento disoccupati. Ma mai realmente entrati nel mirino dei dirigenti della Roma. Semmai al centro dei pensieri c'è Di Francesco. L'obiettivo di tutti è uscire dalla crisi con lui. Due vittorie tra domani e sabato cambierebbero tutto.