Da Sacchi a Capello, poi le esperienze all'estero fino alla nazionale dove è diventato uno degli artefici dei successi dell'Under 19. Vincenzo Pincolini è uno dei mostri sacri della preparazione atletica in Italia e con lui abbiamo fatto chiarezza su una parte che nel calcio sta diventando sempre più importante.

Il percorso dell'Under 19 che segnale è per il calcio italiano?
«Diciamo che ogni avventura nazionale è diversa. Possiamo ormai parlare di una generazione di ragazzi che stanno crescendo ma che devono ancora lavorare. Spesso si dice che i giovani italiani non trovano spazio per colpa degli stranieri ma non è così. Noi abbiamo pochi talenti ma quei pochi che abbiamo li dobbiamo curare con grande attenzione».

Quanto è complicato il salto dal calcio dei giovani a quello dei grandi?
«È difficile perché oltre al discorso atletico c'è un discorso di pressioni e il fattore mentale è sempre più importante. Le vecchie generazioni vedevano il calcio anche come una via di fuga ora è diverso. È tutto legato al risultato e spesso non c'è l'attitudine mentale per mantenere un certo livello di competitività».

In questo senso le squadre B potrebbero aiutare?
«Dipende dai presupposti con cui nascono queste squadre. Se si fanno per vincere anche in Serie C sono inutili. Diventano utili se si costruisce un ambiente sano dove far crescere i ragazzi e allo stesso tempo far fare loro un'esperienza importante».

A proposito di ragazzi, lei ha avuto l'opportunità di allenare Zaniolo e Luca Pellegrini...
«Quando vidi Luca la prima volta dissi a Spalletti: "Un giocatore così veloce merita tutte le attenzioni possibili". Poi ha avuto qualche infortunio, specialmente al ginocchio, ma la sua fisicità resta eccellenza pura. Quanto a Zaniolo siamo in presenza di una gemma su cui bisogna lavorare ma si tratta di un talento puro. È un tipo di calciatore che se continua lo stesso percorso anche tra gli adulti può diventare un grande giocatore».

Come è cambiata la preparazione atletica nel corso degli ultimi anni?
«È cambiata radicalmente per questo la programmazione dal basso diventa ancora più importante. Ad alti livelli c'è sempre meno tempo di allenarsi quindi i ragazzi devono arrivare già pronti. Fino a 18-19 anni devono faticare tanto dando meno importanza ai risultati concentrando le attenzioni su loro stessi e sui loro miglioramenti. In una grande squadra devi arrivare con un bagaglio importante, devi conoscere già tutto. Ma oltre al fisico devi sviluppare la tenuta mentale».

Le tournée estive quanto e in che modo influenzano la preparazione?
«Se parliamo dal punto di vista atletico la tournée incide in negativo, perché si perde del tempo nel viaggiare e nel recuperare dal jet leg. Ma poi ci sono delle dinamiche di marketing che ormai fanno parte del calcio moderno che non sto qui a sindacare. In generale prima noi preparatori atletici incidevamo molto di più perché avevamo tempo per lavorare».

Quindi è vero che oggi si lavora di meno?
«Sicuramente oggi si lavora di meno perché i tempi sono molto stringenti. Anche durante l'anno non hai tempo di poter programmare il recupero di un giocatore che devi preparare la prossima partita. Per questo siamo costretti a ricorre al turnover».

Questo discorso però dovrebbe valere per tutti, perchè quando le italiane vanno in Europa soffrono così tanto?
«Non è un fatto fisico ma di mentalità. Se si guardano i dati si vede che i chilometri percorsi sono gli stessi ma cambia il modo in cui si corre. All'estero le squadre sono sempre propositive mentre noi quando passiamo in vantaggio tendiamo ad abbassare il baricentro. Questo ha dei pro e dei contro. Spesso il paragone noi lo facciamo con le squadre inglesi che sul ritmo sono molto forti. Ma loro hanno un solo modo di intendere il calcio, si allenano giocando ma fanno difficoltà ad arrivare in fondo alle competizioni e, nonostante i tanti investimenti economici, faticano a vincere. In questo senso a me è piaciuto molto vedere come Zidane ha gestito il Real Madrid utilizzando con grande intelligenza tutti i campioni a suo disposizione».

Quanto cambia la preparazione tra una grande e una piccola?
«Cambia perchè le grandi partono piano per acquistare brillantezza col tempo. Ma fanno più fatica anche durante l'anno visto che giocano ogni tre giorni. Le piccole dovrebbero avere il coraggio di approfittare di questa stanchezza. Invece in Italia c'è troppa arrendevolezza, come ha detto Totti cerchiamo di attaccare questa Juventus, smettiamola di giocare per il secondo posto».

Le squadre di oggi sono sempre più strutturate fisicamente, questo come incide sulla preparazione?
«Questo è un punto centrale per me. Quando guardiamo un giocatore dobbiamo distinguere fisico e tecnica. Le squadre devono essere forti fisicamente ma dobbiamo salvaguardare il talento. Per esempio noi in nazionale facciamo giocare Marcucci della Roma che non ha un gran fisico ma ha qualità e le partite si vincono con il talento».