AS Roma

Dzeko e gli altri: quando l'esultanza entra nella Storia

Dal grido al cielo di Ago con l'Avellino alla corsa di Manolas, passando per il bacio di De Rossi e la manica di Falcao: i festeggiamenti scolpiti nel nostro cuore

PUBBLICATO DA Lorenzo Latini
21 Agosto 2018 - 09:34

La felicità che si tramuta in opera d'arte e resta scolpita come un marchio a fuoco nella nostra mente e nel nostro cuore. Anche questo - soprattutto questo - è la Roma: gli uomini che l'hanno fatta grande, che l'hanno servita e amata, hanno saputo regalarci momenti epici. Perché quando la Roma segna la vita diventa d'improvviso bellissima e, almeno per un po', tutto il resto scompare. E ti ritrovi travolto dalle emozioni, dal cuore che d'improvviso accelera sotto una scarica di adrenalina e gioia e diventi preda di uno stato d'animo che è insieme totale irrazionalità e lucida follia. Cade qualsiasi barriera tra te e il resto del mondo, e anche se c'è una vetrata o una rete a dividerti dalla tua gente, quel sentimento riesce a scavalcarla.

Maglie sfilate e arrampicate

Edin Dzeko che si leva la maglia dopo quell'arcobaleno disegnato col mancino a Torino riporta alla memoria alcune tra le esultanze più iconiche della nostra storia. È uno spogliarello che meriterebbe un sottofondo di Joe Cocker per almeno nove settimane e mezzo e che ricorda quello di Roberto Pruzzo. Il Bomber è il primo, trentadue anni e mezzo fa, a inscenare uno striptease: è il 16 marzo 1986 e la Roma di Eriksson schianta la Juve con un 3-0. Al raddoppio, "O Rey di Crocefieschi" si sfila la maglia e la sventola come un vessillo sotto la Sud: niente addominali in mostra, coperti da una canotta un po' vintage ma così maledettamente Anni 80 che non può non emozionare. In comune hanno il cartellino giallo seguente, ma chi se ne frega.

Il petto lo mostra, perché rischia di esplodergli, Francesco Totti il 17 giugno 2001: in quello Stadio Olimpico che gronda amore e lacrime e sudore e sole, il Dieci scarica in porta tutta la sua voglia di Scudetto e si spoglia, mentre corre verso la Curva inseguito da Candela, Montella, Batistuta e tutta Roma. È un abbraccio collettivo, che sembra durare una vita intera. Mentre torna in campo e si riveste, indica la sua gente e le grida: «È vostro!».

De Rossi non se la sfila, la maglia, il 3 ottobre del 2004. La bacia e la tira dopo aver scavalcato i cartelloni che lo separano dal cuore del romanismo. C'è uno strappo su un fianco, e tutto quel tirare forsennato di Daniele tramuta quella scena in un quadro. Meglio della Gioconda, una roba che manderebbe in estasi pure Picasso. Bacia lo stemma, bacia la Roma, quel ragazzo 21enne. Un anno e mezzo dopo, a Siena, dopo aver spedito all'incrocio dei pali un tracciante che sblocca una partita difficile, DDR la bacia di nuovo - è l'istinto naturale, come è naturale baciare tua madre o tua moglie - e si arrampica sulla rete che lo separa dalla sua gente. Come avevano fatto tanti anni prima Policano a Como e Gautieri a Cagliari. Perché nessuna barriera è capace di separare un sentimento così grande.

Il tutto di Ago

C'è tutta la Roma, in quell'esultanza: nel grido a pugni stretti di Agostino Di Bartolomei contro l'Avellino, dopo aver spedito in porta il pallone del 2-0, c'è una gioia attesa quarantuno anni. È il 1° maggio, ma c'è la pioggia che si mischia alle lacrime, mentre il Capitano scivola in ginocchio e alza il volto al cielo. Lacrime e pioggia, mentre Carletto Ancelotti arriva ad abbracciarselo a nome di tutti i Romanisti, anche di quelli che non ci sono più e di quelli non ci sono ancora. Ci siamo tutti noi, in quell'urlo che sa di Scudetto, perché la Juve perde in casa e siamo davvero a un passo dal tricolore, a un passo dall'arrivo «in porto col vessillo», come aveva detto lui stesso poco prima. Quella foto che li ritrae in ginocchio, stretti in un abbraccio, è la Roma: è tutto.

Poche settimane prima, un altro dipinto espressionista di gioia romanista ce l'aveva regalato il "Divino" a Pisa: venivamo da un pari col Cesena e dalla sconfitta casalinga contro la Juventus. A scacciare i fantasmi, il 13 marzo 1983, pensano loro due: Falcao e Agostino. Come contro l'Avellino, e non può essere un caso. Dopo pochi minuti all'Arena Garibaldi il 5 incorna il nostro vantaggio e si tira su la manica sinistra, prima di spiccare un salto e di finire tra le braccia di Maldera. È un messaggio non solo ai suoi, ma a tutta Italia: «Rimbocchiamoci le maniche, stiamo andando a vincere lo Scudetto». Così sarà.

Le corse e le lacrime

Certe volte diventa impossibile gestirla, tutta quella gioia, e ti ritrovi a non sapere come reagire. «E mo, che faccio?», sembra chiedersi il goleador di turno. C'è chi corre sotto la Sud come Bruno Conti o come Peppe Giannini dopo quel gol allo Slavia Praga: con la maglia in una mano, inseguito da un Totti nemmeno ventenne, che idealmente saluta dopo i suoi fratelli di Roma. E a proposito del Principe, ci sono le lacrime di liberazione a Foggia, quando i giallorossi vengono da 14 gare senza vittorie e la coda della classifica è lì: Peppe scaglia col sinistro il pallone e il suo cuore, quindi corre e si getta a terra in lacrime, prima di venire sommerso dai compagni. C'è Tommasi che a Bergamo, sotto il diluvio universale, sembra tirare un destro al cielo, i ricci appiccicati sulla fronte.

C'è Bati che ribalta il Parma e si butta in ginocchio nella trasferta che più di ogni altra ci fa sentire il profumo di Scudetto. E poi Cerezo che segna alla Sampdoria e blinda la vittoria della Coppa Italia con un giro di campo, perché «il cuore di Dio è giallorosso». C'è Manolas, e qui parliamo di storia recente: la corsa a braccia aperte, inseguito da tutta la squadra, che va sotto la Monte Mario e urla e si picchia il cuore. È la Roma che ti esplode dentro e travolge ogni cosa.

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