Quella maglia che non riusciva a sfilarsi di dosso quando con tutto se stesso provava a farlo, e non voleva far nient'altro che mettersi a nudo davanti ai romanisti, racconta che quella maglia non se la poteva levare perché ormai è pelle sua, come è pelle nostra la Roma. E più di mira mira l'olandesino (qualcuno sa che lo volevano le grandi d'Europa?), e più che far notare che l'esterno destro magari già ce l'abbiamo, anzi lo teniamo in panchina, più che il colpo, la parabola, lo spiovente, la palombella, l'astro oltre la schiena di Sirigu e l'orizzonte, più del gol capolavoro di Edin van Dzeko (l'avesse fatto Cr7 che succedeva sui media italiani?) è proprio quella voglia, quella maglia, quella corsa, quelle urla, quell'abbraccio, quell'amore sdraiato, rincorso, ritrovato a perdifiato fra Dzeko e il settore, fra i giocatori della Roma e i tifosi della Roma che ti fa contento e che ti rapisce il cuore. Che fa Roma.

Un furto di gioia a un momento già felice. Stai ancora a strillare perché la Roma ha segnato all'ultimo e quindi sai che hai quasi vinto una partita non difficile, ma difficilissima, fuori casa e a casa Toro, contro quel simpaticone di Mazzarri e tutti gli infiniti gufi de' noantri, e poi vedi quella scena, quello spogliarello del cuore, che è pazza pazza pazza ma ancor di più libera voglia di essere romanisti e sei ancora più contento. Quando è così è un altro gol durante un gol, è un meta gol, un gol più bello. È come riconoscersi allo specchio dal televisore o dal settore al campo. Siamo noi che ci stiamo togliendo la maglia che non ci toglieremo mai.

A un certo punto Dzeko non ci ha visto più perché gli si era messa davanti agli occhi eppure sapeva dove andare: sotto il settore. Amore cieco. Splendida nemesi, santissimo e doveroso vaffanculo alle vignette che lo prendevano in giro non solo offendendo lui, la Roma, e tutto un modo storico di essere romanisti, ma chi ha un problema fisico verso cui ci vuole rispetto. Nessun rancore. Solo amore. Nessuna notazione verso la grande Inter di Vidal e Modric che perde contro il Sassuolo: l'anti-Juve vincerà sicuramente tutto. Come l'anno scorso. Come il Milan. Come tutti, tranne noi visto che stiamo sempre a ricordarci che non vinciamo mai (manco i cori di una curva avversaria). Anche se il gol è arrivato tardissimo, è ancora così troppo presto: solo (pazza) gioia, nessuna esaltazione sia chiaro (c'è solo da lavorare, ci sarà sempre solo da lavorare), ma nemmeno processi a Pastore, o a El Sha, tantomeno a Olsen che per un errore stava per far capitare esattamente la cosa peggiore che potesse capitare. Ma non è capitata. Attaccateve.

La felicità di oggi, quella corsa e quel pugno di uomini là sotto serve per abbracciare soprattutto le cose che non vanno perché quando siamo uniti siamo i più forti, siamo esattamente quello che siamo: la Roma. Qualcosa di stupendamente sopra le righe. Come il ghigno da Hannibal Lecter e gli occhi da Barcellona di Manolas e quelli brillanti quasi da cartone animato di Kluivert mentre si prende dal cuore lo stemma e lo fa vedere ai tifosi, un altro modo per specchiarsi: questo siamo e saremo sempre noi. Noi che nemmeno domani, come ieri, ci scorderemo Genova.