Ci sono partite su cui si possono fondare i precetti di un'intera stagione, che valgono addirittura per la valutazione generale che si può dare di un allenatore. Juventus-Roma rischia di averlo fatto sia per Pirlo sia per Fonseca. E per quanto il risultato oggi giustifichi tutte le celebrazioni possibili per lo juventino e rinforzi il montante critico sul romanista, non andrebbe trascurata invece la possibilità (che per chi scrive è più di una possibilità e certamente una speranza) che invece la partita di sabato possa essere riletta in una diversa chiave tra qualche settimana. Perché delle due l'una: o quella di sabato pomeriggio è stata una svolta nella filosofia juventina, e quindi rivedremo presto la squadra bianconera giocare in quella maniera tremebonda, con tre linee di giocatori sempre sottopalla (tranne ovviamente Cristiano Ronaldo, esentato da tutti gli allenatori del mondo da compiti difensivi) puntando sul contropiede (e magari, dettaglio imprevedibile, sulla dormita dei difensori avversari), oppure a fine partita il tecnico della Juventus ha preso in giro un po' tutti.

L'analisi verbale di fine gara, infatti, stride clamorosamente con quella che un qualsiasi match analyst dovrebbe aver fatto. Ricordiamo che nella sua tesi di laurea a Coverciano Pirlo ha scritto «L'idea fondante del mio calcio è basata sulla volontà di un calcio propositivo, di possesso e di attacco. Vorrei giocare un calcio totale e collettivo, con 11 giocatori attivi in fase offensiva e difensiva. Manipolando spazi e tempi, abbiamo l'ambizione di comandare il gioco in ambedue le fasi», e anche «Il calcio è uno sport con il punteggio molto limitato a differenza di altre grandi discipline sportive (dal basket alla pallavolo). Questa "piccola ma grande" differenza determina che talvolta non sia la squadra che ha meritato di vincere a portare a casa il risultato finale. Numerose ricerche hanno dimostrato però che nel medio-lungo termine le prestazioni tendono ad allinearsi ai risultati, motivo in più per ricercare fin da subito un gioco di qualità che produca tante occasioni da goal e che nel tempo ci porti dunque alla vittoria». Lo ha scritto Pirlo. Lo stesso che alla fine è riuscito a dire che la sua strategia tattica con la Roma è stata rispettata esattamente in partita. Basta leggere i numeri qui sotto per capire come la sua sia stata una pietosa (e anche un po' "paracula") bugia. E lo scriviamo con un po' di razionalissima delusione dopo aver tessuto le lodi del tecnico in settimana, mettendo la Roma in guardia dai pericoli di una Juve finalmente in grado di giocare un bel calcio moderno e offensivo, dominante.

Quello che i tecnici non dicono

Prima di proseguire, però, mettiamoci d'accordo su un concetto di base: da sempre e per sempre, alla fine di una partita solo chi vince esce soddisfatto da un campo, anche se ha giocato malissimo, mentre esce triste e frustrato chi ha perso, anche se ha giocato benissimo. Ma questo vale soprattutto per i tifosi. Gli allenatori solitamente ragionano in un'altra maniera. Il loro obiettivo è mettere in condizione la propria squadra di fare il massimo per poter vincere. Ecco perché è sin troppo ingenuo chi parametra il suo giudizio su quello che i tecnici dicono a fine partita. Di sicuro Fonseca, che in sala stampa ha detto di non poter rimproverare i suoi giocatori per la prestazione, avrà molto invece da dire a Trigoria per gli errori commessi, in fase di analisi di partita.

E Pirlo, se avesse dovuto dire con onestà quel che ha visto, più che mostrarsi felice per la strategia azzeccata avrebbe dovuto esprimere un concetto tipo «Loro purtroppo ci sono stati nettamente superiori e noi non siamo mai riusciti a fare la partita che dovevamo fare, per fortuna nostra però Cristiano Ronaldo e Chiellini giocano con noi e stavolta mi hanno salvato». E se non analizzerà bene ciò che è accaduto in campo rischia di andare incontro a qualche prossima delusione, pur allenando la squadra con la rosa decisamente più forte d'Italia. E questo di solito basta a vincere i campionati: come dimostrano i nove titoli consecutivi vinti dalla Juventus alla guida di Conte, Allegri e Sarri.

Gli errori da analizzare

Si può essere soddisfatti della prestazione della Roma? Sì. Anzi, non solo si può, si deve. Dunque si può essere soddisfatti di una sconfitta? Ecco la differenza: certo che no. Ma della prestazione sì. E ovviamente poi bisognerà lavorare sugli errori che hanno fatto sì che gli episodi siano stati tanto decisivi, a dispetto dell'abbrivio di tutta la gara. Ad esempio su come i difensori romanisti lavorano sulle prese di posizione sugli avversari in fase di marcatura in area. Chiellini potrebbe insegnare in un master al riguardo e Kumbulla (uno che come Dzeko da quando ha avuto il Covid sembra la controfigura del bel giocatore che era) avrebbe molto da imparare.

Oppure sulla lucidità delle conclusioni verso la porta avversaria: in almeno tre delle finalizzazioni finite addosso a polpacci o schiene dei difensori juventini, sempre perfettamente scaglionati tra loro, c'era luce per poter servire un compagno ben piazzato piuttosto che tentare la fortuna alla cieca. O sulla varietà degli schemi su calcio d'angolo: sette (su nove) sono stati calciati a rientrare nel cuore dell'area juventina (con un inutile specchietto per le allodole sul primo palo a venire incontro), curiosa scelta considerando la bravura dei difendenti bianconeri sulle palle alte in area. Ecco, di questi aspetti sarebbe interessante parlare, se non fosse che il dibattito calcistico intorno alla Roma è mummificato su questioni tipo l'opportunità dei giocatori di dirsi soddisfatti a fine gara, o su un cambio da fare un minuto prima o un minuto dopo o da non fare per niente. Vanno di moda gli hashtag, gli slogan, i tweet, i post. Che danno l'ebbrezza di potersi sentire meglio di Fonseca.

Le bufale sul sistema

Si dovrebbe alzare un po' il livello sulle discussioni calcistiche. Ma è difficile, ad esempio, se si valuta che i tre giornali sportivi hanno scritto nel tabellino della partita che la Roma ha giocato col 352, probabilmente perché alla vigilia si pensava che Fonseca volesse rinforzare la mediana con Cristante invece di Perez in un'interpretazione più difensiva della strategia. Qui sotto vedete la posizione di Cristante: è la stessa, anzi un po' più alta, di quella tenuta a trequarti da Pellegrini col Verona, quando per tutti si giocò col 3421. Sembra un dettaglio, ma non lo è. Perché a Torino Fonseca ha giocato per vincere, non per difendere. Ma ha perso. Sotto con gli hashtag.

Non esiste una squadra che contro la Juventus quest'anno abbia costretto i bianconeri a tenere il baricentro così basso in fase di possesso palla (e in non possesso immaginate quanto lo siano state ancora di più). Ma paragonare la sconfitta di Torino (decisamente casuale e orientata solo dagli episodi gestiti meglio dai campioni bianconeri) con quella nel derby (tatticamente dominata dalla Lazio contro una Roma incapace di esprimere una reale trama di gioco) è un non senso tattico. Incredibile, a vederla, la posizione media di Spinazzola, addirittura più alta di quella mediamente tenuta da Borja Mayoral. Nessun dubbio, piuttosto, che la Roma ha giocata col solito 3421, con Cristante e Mkhitaryan a dividersi la trequarti alle spalle dell'unica punta