L'ex portiere della Roma Carlo Zotti, che ha militato anche tra le fila della Sampdoria, ha rilasciato alcune dichiarazioni al sito ufficiale del club giallorosso alla vigilia della sfida contro i blucerchiati. 

Roma-Sampdoria è la partita del suo esordio con la Roma. Era il 18 gennaio 2004 e anche grazie a un suo rigore parato la Roma si laureò campione d'inverno...
"Ovviamente, ricordo quella partita anche per quella gioia personale, sotto la Sud, con il mister Franco Tancredi dietro alla porta a fare il tifo perché parassi il rigore a Flachi, ma fu importante soprattutto la vittoria. Se avessimo perso, di quel rigore non se ne sarebbe ricordato nessuno e lei non mi avrebbe nemmeno chiamato per fare quest'intervista…".

Esagera. Lei con la Sampdoria ci ha anche giocato nel 2007.
"Sì, vero, ma per una brevissima parentesi. E non lo dico per fare il modesto, eh. È solo un dato di fatto. In ogni caso, sono cresciuto a Trigoria, nel settore giovanile, la Roma per me significa qualcosa di particolare. È così da sempre e sarà così per sempre".

Qualcuno ancora oggi la definisce "il portiere chitarrista", quando il suo nome capita in alcune discussioni. La infastidisce?
"Se qualcuno pensa o dice questo, non posso farci nulla. Poi sono passati tanti anni. Io dico che, semplicemente, non è vero".

Cosa non è vero?
"Che volessi abbandonare il calcio per dedicarmi alla chitarra. La musica è un amore della mia vita, colleziono vinili, è un qualcosa che arricchisce le mie conoscenze, che non abbandono, anche oggi, ma per il resto non c'è altro. È una passione come ce ne sono mille altre. Solo che all'epoca uscì una mia dichiarazione in cui mi venivano attribuite alcune parole, che non corrispondevano al mio pensiero".

Specifichi meglio
"Avevo 17-18 anni. Ebbi una sorta di crisi personale. Vennero meno alcune certezze, non sapevo bene cosa volessi fare della mia vita. La verità è che mi mancava la famiglia e la mia casa, che avevo lasciato molto presto. Spiegai la cosa a mister Capello e lui mi consigliò di tornare dai miei per un periodo. Per capire. Così feci. Succede poi che in quei giorni mi chiama un giornalista, io forse inesperto ho detto qualcosa di troppo, ho fatto riferimento alla musica e da lì ne è uscito un caso. Successe il finimondo, mi chiamò pure Maurizio Costanzo… Ma non era così, tanto che dopo 20-25 giorni tornai ad allenarmi a Trigoria e da lì iniziò la mia carriera tra i professionisti. La musica è rimasta sugli scaffali di casa mia, con i miei 400-500 vinili. E la chitarra è solo un hobby, resto un semplice strimpellatore".

Mica piccola la sua collezione di vinili. Di che genere?
"Amo soprattutto il rock. Tutto parte dai Beatles, di cui sono un ammiratore. Apprezzo tanto i Pink Floyd, ma pure il genere che si è evoluto negli anni successivi. Radiohead, ad esempio. Pensi che qualche consiglio musicale al tempo lo diedi anche al mio amico Daniele De Rossi, un altro grande appassionato di musica".

Torniamo al calcio. Ha qualche rimpianto?
"Ce ne ho uno, in particolare, e lo lego alla stagione 2004-05".

Quella dei 5 allenatori cambiati e la retrocessione evitata alla penultima giornata.
"Esattamente. Fu un'annata difficile per tutti. Sicuramente la stagione più difficile della Roma negli ultimi venti anni. Ci fu alternanza anche tra noi portieri. Iniziò Pelizzoli, poi subentrai io e alla fine concluse il campionato Curci. C'era una situazione complicata, avevamo paura di perdere le partite che andavamo a giocare e degli errori li commisi anche io, alternati ad alcuni interventi buoni. Solo che ero giovane, avevo 22 anni e certe pressioni erano difficili da gestire. Venivo da un periodo positivo per me, avevo vinto gli Europei con l'Under 21 pochi mesi prima, di me si parlava bene nell'ambiente. Ma poi andò così".

Quali erano i problemi principali?
"Beh, cambiare di continuo il tecnico non aiutò. E la squadra viveva nell'incertezza. C'erano malumori generali".

Secondo le cronache dell'epoca, Cassano era uno di quelli più inquieti.
"Antonio è un ragazzo a cui voglio bene. Molto generoso. Aiutava tanto i ragazzi della Primavera, a volte dava loro anche dei soldi se avevano bisogno. Però poi aveva questi momenti. È stato lui stesso ad ammetterlo. Di aver fatto qualche cavolata di troppo. Comunque, pensando alla Roma, alla fine ci salvammo. E fu la cosa più importante. A livello personale, dico, che se tornassi indietro, me ne fregherei e mi comporterei diversamente. Non dovevo farmi coinvolgere dalla negatività. È quello che cerco di insegnare oggi ai portieri che alleno io, di mantenere sempre la lucidità".

Oggi allena i portieri del Lecco, club di Serie C.
"Sì, lavoro con l'amico Gaetano D'Agostino. Lui è il tecnico in prima. La società è di livello, non ci manca niente. Pure in questo momento di difficoltà per tutti".

Lecco si trova nella regione più colpita dal Covid. Come avete vissuto questo periodo?
"Siamo stati la squadra lombarda meno colpita dal virus, grazie alla prevenzione del club che ha fatto tamponi e sanificazioni continue. E questo è un bene. Abbiamo avuto pochi contagiati, uno di questi sono stato io. Non me la sono fatta mancare questa malattia… Ora si può dire, non era mai stato ufficializzato pubblicamente. Erano state rese note solo alcune positività all'interno del gruppo squadra senza entrare nel merito".

E come è andata?
"Ho avuto qualche sintomo, ma nulla di particolarmente grave. Ho avuto la febbre, mai oltre i 38. Mal di testa perenne, molto fastidioso rispetto ad una normale emicrania. Ho perso il gusto e l'olfatto. Scherzando con mia moglie, le dicevo che in quei giorni poteva cucinare cosa voleva. Tanto mi piaceva tutto… A parte le battute, ne sono uscito senza problemi. Però quando ho saputo della positività, mi è crollato il mondo addosso. Ho avuto timore, non lo nego. Ne sono uscito. E l'ho voluto dire per aggiungere un messaggio positivo. Ne abbiamo bisogno tutti, credo".