Dodici mesi dopo, è tutta un'altra storia. Una sola cosa è rimasta la stessa. Il noi. Noi, la Roma, come ha ribadito in un'intervista rilasciata al Centro, il quotidiano del suo Abruzzo. Quel noi che mise avanti a tutto quando si ripresentò a Trigoria dodici mesi fa. Quel noi che, pure oggi, Di Francesco continua a mettere davanti a tutto, per inseguire un sogno scudetto.

Quasi che quel noi valesse come un fuoriclasse portoghese. L'io è un concetto che ha lasciato fuori dallo spogliatoio, sin dal suo primo giorno da allenatore della Roma. Era così anche quando la maglia giallorossa la indossava per prendere a calci il pallone. Voleva essere così anche quando parlava del suo calcio. Una cosa che gli hanno rimproverato, ma che non diceva per un egocentrismo che non gli appartiene, è lontano anni luce dal suo concetto di gruppo, spogliatoio, unità di intenti, collettivo, conta il noi, la Roma. E sarà così anche oggi, quando si ripresenterà a Trigoria per il primo giorno del suo secondo anno da allenatore della Roma.

Un anno sotto esame

Il Di Francesco che un anno fa si ripresentava a Trigoria, era un allenatore sotto esame. Dire che c'era scetticismo nei suoi confronti, è essere generosi. C'è chi rimpiangeva quell'antipatico di Spalletti, chi diffidava della mancanza di esperienza di un tecnico che come top fino a quel momento si era seduto sulla panchina del Sassuolo, chi temeva un integralismo figlio di Zeman, chi dubitava delle capacità della persona di potersi imporre in uno spogliatoio di grandi giocatori. Stranamente, ma poi mica tanto, dalla parte di Di Francesco c'era solo la stampa di questa città, di solito da qualche anno a questa parte sempre piuttosto critica nei confronti di questa Roma. Ma Di Francesco almeno si era potuto presentare con la carta di credito di essere stato un giocatore della Roma, pure scudettato, vecchie conoscenze, sorrisi datati, numero di telefono conosciuto e a cui rispondeva, hai visto mai che rispetto a quel permaloso di Spalletti, ora si saprà qualche cosa in più sulla formazione con cui la Roma si presenterà in campo? Lo sapeva, e lo sa, anche Di Francesco.

Ma quella credibilità era figlia del tornaconto personale, molto diversa dalla credibilità che questo abruzzese in grado di pensieri indipendenti, è riuscito a conquistarsi nella sua prima stagione da allenatore, portando la nostra Roma dopo trentaquattro anni a una semifinale Champions, con una finale negata soprattutto da due arbitraggi che sono stati penalizzanti. Ma soprattutto, al di là di qualsiasi risultato in campo, la più grande vittoria di Di Francesco è stata ed è quella di aver presentato un progetto, condiviso con il ds Monchi, e su quel progetto si continuerà a lavorare. Per crescere, migliorare, vincere.

Un anno per stupire

Di Francesco è stato una scelta di Monchi come il ds ha sottolineato ogni volta che ne ha avuto l'occasione, pure in quel periodo di circa due mesi, da metà dicembre a metà febbraio, in cui il progetto sembrava destinato a fare la stessa fine dei precedenti. Ma ds a parte, tutto il resto il tecnico se lo è dovuto conquistare, allenamento dopo allenamento, partita dopo partita, vittoria dopo vittoria. Per questa ragione il Di Francesco che si ripresenta oggi a Trigoria nel suo spogliatoio, è un Di Francesco non tanto diverso nei suoi pensieri, ma nei pensieri degli altri.

E troverà una situazione molto diversa da quella affrontata un anno fa quando, per esempio, partì per un miniritiro con più Primavera che giocatori della prima squadra, al contrario di oggi quando li troverà quasi tutti, pronti a lavorare per un paio di settimane prima della tournèe americana. Era uno sconosciuto un anno fa per quello spogliatoio, ora è un allenatore ascoltato e apprezzato. L'esame lo ha superato. È pronto per crescere ancora in sintonia con la società. Dalla cessione di Nainggolan («scelta condivisa»), al mercato («non è finito, ma Monchi si è portato avanti col lavoro»), dai nuovi arrivati («Pastore giocherà da mezzala ma ha duttilità tattica») alle ambizioni («vogliamo esserci pure noi nella lotta per lo scudetto»).
Buon lavoro, mister