Pablo Sabbag. La signora Patricia. Un dvd. L'utopia sabatiniana che contagiò Maurizio Zamparini. Marcelo Simonian. Sommate, il risultato è la storia di come il Palermo riuscì a portare in Italia Javier Pastore, il talento argentino che ora, dopo sette anni all'ombra della torre Eiffel, ha scelto quella del Colosseo con l'obiettivo di accendere la fantasia dei tifosi della Roma.

Un pacco raccomandato

Per tornare alle radici di Pastore, bisogna riavvolgere il nastro del tempo, primi mesi del duemilanove. Quando all'ufficio che Walter Sabatini occupava ai tempi del Palermo, bussò un corriere espresso. «Avanti» disse con il suo vocione all'epoca già reso inconfondibile dal feeling con la nicotina. «Signor Sabatini, avrei un pacco per lei». Era un piccolo pacco, dalle dimensioni inferiori a quelle del libro. Arrivava dall'Argentina. Il mittente era Pablo Sabbag che poi, da queste parti, avremmo conosciuto come il procuratore di Erik Lamela, un altro poeta del calcio che tanto piacciono all'utopia sabatiniana. Sabbag era ed è un amico di vecchia data dell'ex ds della Roma che ora è emigrato con le sue idee e le sue sigarette sotto la Lanterna doriana. Sabatini firmò la ricevuta, congedò il corriere con una mancia, si mise seduto, scartò il pacchetto. Conteneva un dvd e un foglietto con poche righe: «Dai un'occhiata a questo ragazzino, si chiama Javier Pastore, gioca nell'Huracan, mi sembra interessante, ti abbraccio Pablo». Il lettore del dvd era posizionato sulla scrivania di Sabatini. Un attimo per inserire quello arrivato dall'Argentina. La visione durò lo spazio di trenta secondi. Sabatini aveva visto la luce, la sua utopia, la balena bianca del capitano Achab. Un colpo di fulmine. Quel ragazzo alto e magro, El Flaco, lo aveva conquistato. Ci mise un attimo a decidere che lo avrebbe portato a Palermo. E cominciò a telefonare, prefisso argentino.

Il viaggio in Argentina

A Buenos Aires Sabatini da incallito e convinto innamorato del calcio e dei calciatori argentini, vantava (e vanta) radicate, solide e fidate amicizie. Chiese a tutti un parere su quel ragazzo che gli aveva fatto vedere che la sua utopia non era poi così utopica. Come risposta, ebbe solo parole positive ed  entusiastiche. Venendo anche a sapere che il cartellino del giocatore era parcellizzato, come ormai si usa da tempo nel calcio sudamericano, sessanta per cento di proprietà dell'Huracan, il restante quaranta in mano a un gruppo di investitori privati. Bastava quindi garantirsi il sessanta per cento, per prenderlo. Telefonata alla segretaria, «prenotami un volo per Buenos Aires». Prima di partire, decise di parlarne con il suo presidente di allora, Maurizio Zamparini. Per la verità più che parlargliene, gli fece vedere il dvd. Su Zamparini ebbe lo stesso effetto. «Vai e portalo a Palermo». Partì. Sapendo che non sarebbe stata un'impresa semplice, non solo per una spesa che sarebbe stata importante per una società come il Palermo, ma perché sapeva che sul ragazzo da tempo stavano lavorando diversi club europei, in particolare il Milan che non era certo quello improbabile di questi ultimi anni.

Due settimane di trattative

Giusto il tempo di sbarcare nella capitale argentina, che Sabatini si mise sulle tracce di Pastore. Venendo a scoprire che per provare a prenderlo, sarebbe stato necessario convincere la mamma, la signora Patricia. E così, una volta venuto a conoscenza dell'indirizzo della famiglia Pastore, prese alloggio in un albergo a poche centinaia di metri da mamma Patricia. Cominciarono gli incontri. Uno, due, tre, cinque, presenti entrambi i genitori del ragazzo solo che parlava unicamente la mamma, fino a quando la signora si convinse che per il figlio il percorso migliore per cominciare la sua avventura nel calcio europeo, come punto di partenza avrebbe dovuto avere Palermo, Sicilia. L'Italia non era certo sconosciuta a casa Pastore. Le origini sono italiane, piemontesi, tornare nel paese dei suoi avi avrebbe fatto solo bene a quel ragazzo che con il pallone aveva una confidenza che pochi altri si potevano e possono permettere. Sabatini passò alla seconda fase: trovare l'accordo con il procuratore del ragazzo. Solo che attorno al nome di Pastore, si facevano una marea di nomi. Tra questi, quello di Marcelo Simonian, amico di vecchia data di Sabatini. E allora in cerca di chiarezza andò all'ufficio del procuratore sudamericano. Suonò il campanello, attese che qualcuno venisse ad aprire, la porta si socchiuse, ad aprire Javier Pastore. Chiarezza trovata. Così come l'accordo per il suo ingaggio. E allora a quel punto fase tre, quella finale, trovare il punto d'incontro economico con l'Huracan. Trattativa complicata perché il club argentino sparava alto, complice la concorrenza sul cartellino di parecchi altri club. Ma Sabatini aveva il sì della signora Patricia. Un sì che fu determinante per arrivare alla fumata bianca. Accordo fatto sulla base di cinque milioni e settecentomila euro per il sessanta per cento del cartellino, il restante quaranta sarebbe rimasto in mano agli investitori argentini. Una cifra importante, una valutazione complessiva superiore ai dieci milioni, uno sproposito all'epoca, soprattutto per un ragazzo più o meno sconosciuto o quasi fuori dai confini della sua Argentina. Ma Sabatini lo voleva, e allora brindisi, strette di mano, firme sui contatti, «ci rivediamo in Italia, vedrai che ci divertiremo».

Le lacrime di Zamparini

Il ragazzo arrivò puntuale. Si presentò nel ritiro austriaco di Sankt Velt an der Glan, ridente, si fa per dire, paesino austriaco dove la squadra siciliana, all'epoca allenata da Walter Zenga che ovviamente durò pochi mesi, da qualche giorno aveva cominciato il ritiro precampionato. Pastore si presentò in albergo, ma non trovò nessuno. Gli spiegarono che i suoi nuovi compagni stavano per scendere in campo per una di quelle classiche partite di precampionato contro una selezione di boscaioli e affini. Telefonò a Sabatini. Il ds che pure allora aveva come collaboratore Ricky Massara, gli disse di andare al campo. Poi telefonò a Zamparini presente in ritiro. Era un Palermo con nomi importanti, Sirigu in porta, Balzaretti, Bovo e Kjaer, sì quello lì, nella linea difensiva, Liverani a centrocampo, una batteria di attaccanti che elencava Miccoli, Hernandez, Bresciano e nientepopodimeno che Cavani pure lui appena sbarcato dal Sudamerica. Quando Zamparini seppe che era arrivato Pastore, disse a Sabatini di farglielo vedere in campo almeno per una decina di minuti. Il direttore sportivo allora andò da Zenga e gli disse che pure se Pastore era appena arrivato dal Sudamerica sarebbe stato opportuno fargli giocare un piccolo spezzone di partita perché il presidente avrebbe gradito vederlo all'opera. Zenga non ebbe problemi a dire di sì.

L'argentino si presentò al campo ancora in abiti civili, piuttosto stanco per il lungo viaggio e il notevole cambio di fuso orario. Gli consegnarono la divisa di gioco, gli scarpini, gli presero il trolley che ancora si stava portando dietro. Pastore andò in panchina tra il delirio dei tifosi palermitani presenti che per quella invidiabile follia che è il tifo, già lo avevano eletto a loro idolo. A poco meno di un quarto d'ora dal fischio finale, Zenga lo mandò in campo. Il delirio toccò il suo zenit. Anzi no. Perché neppure il tempo di entrare in campo e fece una giocata da autentico fuoriclasse. È vero, contro i boscaioli, ma una giocata da fuoriclasse rimane una giocata da fuoriclasse a prescindere dal nome dell'avversario che hai di fronte: tunnel al suo diretto avversario, assist da fenomeno per un compagno, un assist di quelli che nascono dalla capacità «di vedere le linee oscure di un passaggio», come piace dire a Walter Sabatini. Il direttore sportivo in tribuna sorrise e si voltò a guardare Zamparini. Il volto del presidente era rigato da lacrime di felicità, «un giocatore così non ce lo abbiamo mai avuto, fa piangere con queste giocate». Vero. Ora speriamo che El Flaco faccia piangere della stessa felicità anche il mondo giallorosso.