La rock-star della finanza calcistica indossa una vezzosa giacca rossa che inquadra meglio il clima leggero e assai poco accademico in cui si svolgerà la chiacchierata che prende spunto dal suo ultimo libro per Feltrinelli, "La fine del calcio italiano", quasi a non concedere ulteriori speranze. Eppure c'è qualche motivo per non deprimersi definitivamente e si staglia all'orizzonte con forme di colore giallo e rosso.

Vero Marco Bellinazzo?
«Vero, lo sviluppo che sta cercando di seguire la Roma è centrale per tutto il calcio italiano, ne parlo proprio nel finale del libro».

Puoi spiegarlo meglio a chi non lo ha ancora letto?
«Nel calcio italiano ci sono due modelli di sviluppo, quello che ritengo perdente, tipico del calcio di una volta, il modello patriarcale con il presidente padrone. E poi ce n'è un altro di quelle realtà che vanno verso le cosiddette Sec, Sport Entertainment Company, che invece rappresentano il modello aziendale manageriale moderno».

E quali sono queste società?
«Nel primo caso penso al Napoli, ad esempio. Nel secondo penso alla Juve, all'Inter e appunto alla Roma, che dopo qualche tentennamento iniziale ora va decisa in quella direzione, con una struttura manageriale ben definita, con dirigenti specializzati nelle loro aree, con un numero enorme di dipendenti, ormai quasi 300. La Juve, che è ancora un gradino più su, ne ha 500».

E il Napoli?
«40. Basterebbe questo dato».

Eppure a livello sportivo sono sempre lì.
«Vero, ancora reggono il confronto, ma non seguono una logica di governance aziendale, antiquata. Questo ti dà il respiro corto: così diventi troppo legato al risultato e alla prima volta che sbagli poi è difficile innestare un circolo virtuoso di crescita».

Nella crescita della Roma è indispensabile la costruzione dello stadio o secondo te Pallotta ha un piano B?
«Non può esserci, non ci deve essere un piano B. Per avere un respiro europeo oggi devi avere uno stadio che ti frutti dagli 80 milioni minimo di ricavi a stagione».

A oggi neanche la Juve ha questi introiti.
«Certo, ma anche loro seguono modelli di sviluppo pluriennali e non dimenticate che loro hanno la particolarità della forza della loro tifoseria che è nazionale, ma non è molto "locale", non per caso il loro stadio è più piccolo dei modelli dei top club europei».

Che cosa deve assolutamente avere uno stadio moderno?
«Più che di stadio di proprietà io parlerei di stadio di qualità. Significa creare uno standard di servizi multifunzionali che permetta allo stadio di vivere più a lungo possibile nel corso della settimana».

Discorso noto, ma praticamente come è possibile poi farlo?
«Mi piace fare questo esempio: quando vai allo stadio ti muovi da casa, vai verso l'impianto, arrivi, parcheggi con la macchina, vai a un bar, entri allo stadio, ti siedi: fino a questo punto hai mosso già molti soldi che la società finora ha perso. Parlo di parcheggio, ristorazione, merchandising, servizi legati ad esempio a uno stadio cablato: perché per esempio non prevedere una app in cui sei collegato con la tua comunità, in cui ordini da mangiare se sei in un certo livello di ospitality, se sei in un altro puoi avere accesso ad altri servizi».

Un altro mondo rispetto ad ora.
«Basti pensare che uno stadio considerato moderno come San Siro oggi garantisce un livello di questo tipo di servizi (quindi extra partita) intorno al 4%. L'obiettivo a cui sta lavorando l'Inter è arrivare al 13-14%. Io credo che si debba arrivare al 40%. Se pensiamo ad uno stadio inglese, del Brighton, 35.000 posti di capienza, hai dentro lo stadio diversi livelli di servizi: al primo livello, già dentro, ci sono ristoranti tipo Mc Donalds, poi al secondo livello il selfservice in piedi, al terzo una ristorazione più classica, prenoti e mangi, prima o dopo la partita, e al quarto livello c'è il servizio top con il cameriere in livrea che ti serve come nel ristorante stellato».

E si parla del Brighton.
«Ecco, gli inglesi fanno questo. Se progetti oggi uno stadio devi ragionare così. Basti pensare che oggi dai servizi negli stadi tutta la serie A insieme fattura 250 milioni, che è grosso modo la metà di quanto fattura una singola società inglese o spagnola di alto livello. E ogni anno le società italiane, in riferimento al tasso di riempimento degli stadi, perdono circa 250 milioni. Se dieci anni fa avessero realizzato certi investimenti in Italia, oggi sarebbero già rientrati dei soldi spesi».


Pensandoci bene, solo la Roma potrà dotarsi di uno stadio così all'avanguardia. Se glielo fanno fare.
«Sì, sarà così. E credo che glielo faranno fare. Ho letto tutte le carte dell'inchiesta, bisogna distinguere le cose. Non è un'inchiesta sullo stadio, l'indagine e ogni approfondimento saranno doverosi, ma il lunghissimo iter ha coinvolto diversi livelli di responsabilità. Questo significa che la volontà amministrativa non può essere stata influenzata da nessun comportamento illecito e non può essere messa in discussione. Esaurito questo passaggio si potranno aprire i cantieri, credo già dall'autunno. La Roma non ha solo la legittima aspettativa, ha il diritto a costruire il suo impianto».

Sarebbe il primo stadio costruito con una visione realmente innovativa.
«Esatto, il primo stadio all'altezza dei migliori livelli europei».

E quindi ritieni possa essere il volano per proiettare la Roma all'altezza dei massimi top club europei?
«Può sicuramente dare una spinta molto importante alla Roma e proiettarla verso l'alto. Poi certo, pensare che basti questo per entrare nella top five è un'utopia. Per almeno dieci anni i club italiani non possono aspirare a quel livello. Basti pensare che i top club europei hanno inquadrato l'obiettivo del miliardo di fatturato e in un paio d'anni ci arriveranno e continuano ad investire in infrastrutture. Barcellona e Real Madrid spenderanno molto per rifare i loro impianti e cresceranno ulteriormente. Le nostre partono troppo indietro».

Su che cosa si dovrebbe puntare per accelerare questo processo?
«Credo che i dirigenti della Roma abbiano le idee chiare. Agli albori degli anni 2000 quando fatturavano meno delle società italiane ed erano sull'orlo del fallimento, una delle idee vincenti dei dirigenti del Barcellona oltre a quella di puntare su un tipo di calcio attrattivo e ad alto tasso di spettacolarità con l'arrivo di Ronaldinho in campo e Rijkaard in panchina, fu quella di sfruttare le potenzialità turistiche della città facendo accordi con tutte le agenzie per inserire nei pacchetti in vendita anche i tour dei luoghi calcistici. Questo ha portato nel tempo dei ricavi, solo in questo ambito, superiori ai 20 milioni, tra museo e stadio con la Camp Nou Experience. La Roma si sta mettendo anche su quella strada, ma sono processi che vanno creati nel tempo. In Italia fantasia e capacità imprenditoriali ci sono».

Il problema è che in attesa di arrivare a certi ricavi l'unica via possibile sembra essere quella del trading dei calciatori e i tifosi non sempre capiscono e sposano queste strategie. Secondo te esisterebbe una terza via?
«Il discorso è lungo, partiamo da una premessa: io penso che i primi anni della gestione americana sono stati complicati perché ritengo che non fossero realmente chiari gli obiettivi».

Scusa l'interruzione. Ma quando pensi ci sia stata la svolta?
«Direi che la società si sia strutturata meglio soprattutto negli ultimi due anni, penso all'arrivo di Gandini e ai fruttoùi del lavoro di Baldissoni, a certi manager messi nelle strutture anche meno esposte, ma fondamentali. Penso al media center, ad esempio, fondamentale per porre le basi per aumentare i ricavi. Penso alla scelta felice di non svendere lo sponsor che oggi, tra diritti commerciali di maglia, diritti del dietro maglia e diritti per le tenute di allenamento, questi ultimi ancora invenduti, potrebbe portare ad una valorizzazione di una ventina di milioni, cifra impensabile tempo fa. Indubbiamente l'eccezionale cammino in Champions League ha dato una bella mano».

E torniamo alla domanda di prima.
«Insomma, tutto questo percorso è stato lungo nel tempo ed è per questo che l'unica risorsa fino ad oggi sia stato il trading dei calciatori. Anche per restare competitiva era costretta e vendere e comprare meglio, quindi andava in rosso ogni anno, con l'attenzione dell'Uefa e del fair play finanziario. Ma attenzione alla scelta di Monchi: adesso si prendono talenti anche molto giovani e si ha grande attenzione per il settore giovanile, con investimenti importanti che potrebbero anche essere ripagati col trading di giovani calciatori, settore per esempio che Real Madrid e Barcellona sfruttano benissimo. Questo garantirà tenuta finanziaria e tenuta sportiva nel tempo. Io capisco i tifosi, ma quando vendi un trentenne per prendere un ventitreenne un direttore sportivo quantomeno protegge il patrimonio societario».

In base alla tua esperienza, quali pensi possano essere tra cinque anni i tre principali club italiani?
«Juventus, Inter e Roma. Tutte le altre società sono molto indietro. Il Milan poi meriterebbe un capitolo a parte, anzi, molti capitoli a parte... Napoli e Lazio non stanno ponendo basi per lo sviluppo, sono ancorati a logiche medievali».

Saranno contenti di questo giudizio.
«Mi sono fatto diversi nemici con questi temi...».

Del resto parli di assassinio di calcio italiano nel tuo libro.
«Hanno determinato la perdita dei vari primati che il calcio italiano aveva. Persino la Francia ormai ha venduto i suoi diritti a un valore superiore. Non si può più pensare che sia solo un gioco, uno sport. Ci si può fare una notevole politica iundustriale. Pensiamo al segnale che ha dato un gigante come Amazon acquistando pacchetti di partite della Premie League. È un modello di grande rottura perché prescinderà dai grandi broadcaster tipo Sky o Mediaset in Italia. E dire che in Italia ci eravamo arrivati negli anni 90 con Telecom e Stream. Ma come al solito non sono stati fatti adeguati investimenti nella banda larga, Telecom ha cambiato mission e gli altri ci hanno sorpassato. Quando arriveranno i grandi investimenti, se la Lega non si farà trovare pronta sarà un problema, ci si autocondannerà alla marginalità più assoluta, rischiamo di essere la serie C d'Europa».

Ma quando vengono i dirigenti alle tue presentazioni non ci restano male a sentire le tue critiche?
«Qui a Roma c'è stato Gandini, a Milano ho riunito i tre amministratori delegati di Juventus, Inter e Milan».

E Fassone quando parlavi dei guai del Milan si girava da un'altra parte?
«In questi anni ho avuto qualche difficoltà con il Milan effettivamente. Ho sempre detto ad esempio che non è possibile che la serie A sia meno tutelata di un circolo di golf. Se vuoi iscriverti in un circolo di golf e paghi con un assegno delle Cayman non ti accetteranno. Una Lega seria non dovrebbe accettare queste condizioni e fare come la Premier, mettere dei paletti severissimi. Per difendere i suoi asset, come società così importanti».

Ma sulla questione dell'Uefa sei stato morbido col Milan.
«Ho studiato le carte, l'Uefa ha sbagliato a non accettare il settlement agreement con il Milan, con altre società con deficit peggiori c'è stata maggior comprensione. E la continuità aziendale era comunque garantita da Elliot. La Lega avrebbe dovuto farsi sentire».

La Lega delle spaccature e delle liti continue? La Lega di Lotito e De Laurentiis?
«Per questo invoco maggior serietà. La Lega, così com'è, è stata concepita dopo Calciopoli, di modo che chiunque potesse bloccare chiunque. Ora bisognerebbe voltar pagina».