Il pensiero unico, grazie al cielo, è un'utopia. Figurarsi, allora, quanto sarebbe fuori luogo anche solo ipotizzarlo nel calcio, che è un sentimento. E, a cascata, nel modo di somatizzare una sconfitta della ROMA. Perché qui il campo si apre ad una costellazione di reazioni differenti, neanche di poco, l'una dalle altre dove ogni persona, ogni tifoso, reagisce alla sua maniera. Perché, inutile negarlo, non esiste sconfitta indolore.
C'è quello che perde la parola, l'appetito e, pure, la voglia di stare insieme a chiunque altro e, perciò, disdice tutto. E, se era allo stadio, se ne torna a casa, spegne il telefono e il televisore e se ne va a dormire. Buonanotte.

Quello che, invece, non dormirà mai e nel letto continuerà a girarsi, e rigirarsi, manco fosse dentro una tonnara per tormentarsi l'anima ripensando al singolo episodio che ha cambiato il corso della partita. Perché i se e i ma governano la vita, figurarsi il calcio. Ma l'argomento è delicato, tra chi guarda solo avanti e chi, invece, sarebbe capace di riavvolgere il nastro di un intero campionato appellandosi a quel palo, quella deviazione, quel cartellino. Tutte cose che probabilmente non interessano agli allenatori. Ma non intendo quelli con il patentino eh, parlo degli altri. Lo sterminato popolo di mister senza panchina, esperti senza esperienza, pallonari più che commissari tecnici.

Quelli che, già al secondo del triplice fischio, hanno la necessità - senza che tu ne senta l'esigenza, però - di spiegarti, scaldandosi, dove l'allenatore (quello vero) ha sbagliato, dei perché non è in grado di guidare una squadra. Tattica a iosa, anzi a buffo. Senza controprova, dunque vincente. E, allora, tu annuisci. Senza ascoltare. Perché tanto a lui non interessano orecchie ma platee e così la sua rassegna, inarrestabile, continua spaziando fino alla spiegazione, tecnica, degli errori del portiere, del perché la punta ha sbagliato quel gol - 'sta pippa! - e il centrale di difesa il modo di marcare l'avversario.

Qui il racconto diventa rappresentazione. perché il più delle volte, scimmiottando la marcatura a uomo, ti piomberà addosso afferrandoti per un braccio per dimostrarti come andava fermato l'attaccante. Forse con lui ci sarebbe riuscito per davvero ma con te, a quanto pare, no visto che, con una scusa, sei riuscito a svignartela e a scappar via da quell'insopportabile, ma folcloristico, sermone.

Che se quello grazie alle chiacchiere s'è riuscito a sfogare sono molti di più quelli che, invece, dopo una sconfitta della ROMA preferiranno starsene zitti con l'atteggiamento di chi ha visto il figlio perdere la gara di nuoto in cui era dato per favorito. Vedendolo uscire dagli spogliatoi - con i capelli bagnati, la borsa ancorata sulla spalla e l'aria affranta - vorrebbe cantargliene quattro per evidenziargli gli errori fatti, gli sbagli. Ma poi non ci riesce perché la sofferenza scolpita sulla faccia del figlio è diventata la sua. E, allora, scuotendo la testa si limita a fargli una carezza sulla guancia e dirgli "Forza, vincerai la prossima".

Già, vincerai la prossima. A cominciare da domani sera!