Era un giorno caldo com'è stato ieri e, come ieri, alle 14 accese il microfono, salutò presentandosi al pubblico e iniziò a parlare di Roma. Era il 16 giugno come ieri, ma l'anno era il 1975 e Alberto Mandolesi alle 14 cominciò la prima trasmissione radiofonica in modulazione di frequenza che parlasse di calcio, e della Roma in particolare. 43 anni fa su Radio Roma, ieri su Centro Suono Sport. Un pioniere che oggi come ieri ha la stessa freschezza, la stessa bonarietà, lo stesso entusiasmo.

Alberto, non ti pesano 43 anni?
«No, sono la dimostrazione che la vita è più forte di noi. Pensavo di poter cambiare il mondo facendo musica a 18 anni, ma la vita è più forte di tutto. Perché la prima trasmissione l'ho fatta per divertimento e invece è diventata la mia vita».

Con la radio fu amore a prima vista?
«Sì, un amore immediato. La radio ha una sua magia, è fantasia, è immaginazione. Anche la tv, ovviamente, dove ho lavorato per una vita. Ma la radio è di più. È un po' come un libro, quello che non c'è scritto lo immagini e lo rendi migliore».

43 anni dopo non hai perso la tua "freschezza".
«Proprio perché mi piaceva tanto, e mi piace ancora oggi. Ho avuto anche una buona storia televisiva, credo, da Tele Roma 56 a Rete oro, e poi il ritorno a Goal di Notte. Ma tutti i momenti belli vissuti in radio non sono raggiungibili. La radio era il social network di ieri. C'era quell'immediatezza nei rapporti che creava un vincolo con l'ascoltatore».

E forse c'è ancora.
«Sì, quando ti chiudi dentro lo studio, al di là delle strumentazioni tecniche, è sempre la stessa cosa. La tv invece è cambiata, l'avvento del digitale ha prodotto una rivoluzione. Noi all'inizio eravamo sul canale 8. C'erano i tre della Rai, i tre di Mediaset, poi Tmc e poi a Roma tutti mettevano sull'8 Tele Roma 56 e sul 9 Rete Oro. E quindi la nostra popolarità era quella di Pippo Baudo. Poi sono arrivate le pay-tv, le payperview e il digitale, che è stata la rovina delle tv private. Ora quando dici che sei sul canale 856 è difficile farsi trovare. E invece la radio resiste a ogni rivoluzione. Eppure c'era quella canzone che diceva "video killed the radio star". È stato l'esatto contrario».

43 anni fa hai fatto trasmissione parlando di Roma, come ieri.
«Sì, nel 1975 cominciai commentando l'anno del terzo posto, una meraviglia per noi romanisti. Vincemmo tre volte con la Lazio, sia in campionato sia in Coppa Italia, tre volte 1-0. Quell'anno lì, la Roma di Liedholm, di Cordova, Prati, Rocca, Santarini, Di Bartolomei fece un miracolo. Adesso arrivare terzi è quasi una delusione. Quello passò alla storia come "l'anno del terzo posto"».

Com'era la scaletta della prima trasmissione?
«Musica e chiacchiere. Cominciai con Revolution dei Beatles, dicendo che quella trasmissione sarebbe stata una rivoluzione. Fui buon profeta».

Ti è capitato spesso...
«Sì, ma in questo caso dovrebbero festeggiare tutte le radio. Per me il 16 giugno dovrebbe essere la festa delle radio private romane».

Può essere un'idea. Ma torniamo a quella prima scaletta.
«Per la musica pensai di intervistare la mia amica Loredana Bertè. A dir la verità ero autore e grande amico della sorella maggiore, Mia Martini. Che poi quando si mise con Fossati cambiò anche l'autore. Vabbè. Loredana in quei giorni stava provando le canzoni del suo secondo Lp, quello in cui avrebbe messo "Sei bellissima"».

Come andò?
«Le spiegai che avrei fatto la prima trasmissione in una radio privata. Mi sembrò perplessa, ma accettò. Così un paio di giorni prima andai a casa sua, in via Angelo Emo, e con un piccolo registratore le feci l'intervista che montai per poterla trasmettere. La mattina della trasmissione mi chiamò: "Albe', io vado al mare, a Fregene, come posso sentire la trasmissione?". Io la rassicurai: "Metti la radio su fm, cerca la frequenza 103,6 e mi trovi puntuale, alle 14". Non capiva, ma poi si fece aiutare dal gestore dello stabilimento. E ascoltò tutto».

La seconda metà dell'intervista su Il Romanista di oggi