Alex Infascelli, 53 anni, è il regista del film Mi chiamo Francesco Totti. Così ha raccontato la lavorazione del film e soprattutto il suo rapporto con il protagonista: «Quando mi è stato proposto di raccontare la storia di una figura immensa e trasversale come quella di Francesco Totti, ero in dubbio se accettare o meno. Non per superbia ma, al contrario, per umiltà. Non sono mai stato un tifoso sfegatato, seppur romanista nel cuore dalla nascita, e pensavo che questo non dovesse essere un documentario sul calcio, bensì il memento filmico di un periodo irripetibile per Roma, e del suo protagonista, che non ha avuto, e non avrà, eguali nella storia di questa città. Una volta salito a bordo e incontrato Francesco, dal quale volevo una benedizione ufficiale sulla mia "visione", mi sono chiesto allora quale inedita magia potevo apportare alla storia di quest'uomo e di questo campione, che tutti conoscono.

Ho subito sentito che la strada giusta era quella opposta a S is for Stanley, il mio precedente documentario che narrava le gesta di un signor nessuno, un piccolo uomo che durante il film si ingrandisce fino a diventare grande quanto (se non di più) il suo antagonista/coprotagonista, Stanley Kubrick. Dovevo fare il contrario, rimpicciolire Totti, farlo diventare della stessa dimensione dello spettatore, senza però ridurre le sue gesta sportive. Per fare questo, senza peccare di onnipotenza, avevo una sola possibilità: quella del racconto in prima persona, ovvero: coinvolgere totalmente Francesco, che diventava la sola voce narrante della storia, l'unico che poteva ridimensionare se stesso.

È noto che gli sportivi non hanno molta voglia di parlare, e Totti in questo è addirittura leggendario; i suoi commenti monosillabici hanno fatto storia. Eppure, ogni volta che chiacchieravo con lui in privato, affiorava un altro essere umano, un uomo capace di slanci introspettivi e descrizioni immaginifiche e sorprendenti. Per ricreare questa inaspettata intimità, ho scelto di organizzare i turni di registrazione della voce in un ambiente quasi psicanalitico: una stanza illuminata solo da una abat-jour, un divano, un microfono praticamente invisibile sopra le nostre teste, oltre allo schermo di un computer, sul quale far apparire a Francesco le immagini della sua vita, spesso inedite anche per lui. Le sessioni, ma si potrebbero tranquillamente chiamare sedute, duravano ore e ore, con qualche pausa spuntino, rigorosamente consumato all'interno di quell'ambiente amniotico. È stato bellissimo vederlo galoppare nel proprio inconscio, per poi "costruire" la drammaturgia in un secondo momento, al montaggio, strutturandola e rendendola cinematografica grazie alla musica e a quelle immagini mai viste prima».