Punizione dal limite dell'area in favore della Roma. Il pallone viene sistemato con cura sulla lunetta. La porta è quella verso il lato Sud del campo. A togliere le mani dalla palla e contare i passi all'indietro per prendere una breve rincorsa è il numero 10 con la maglia giallorossa. È appena sfumata l'eco di un coro poderoso, «Ooohh Agostino, Agoagoago Agostino goo». Quel piccoletto con i capelli neri e la maglia giusta tira direttamente in porta e trova l'angolo sotto l'incrocio dei pali. Gol della Roma. Il primo di 10 (3-0, 7-1 e vittoria), sì, ancora.
È soltanto un quadrangolare fra squadre di tredicenni all'interno del Centro Sportivo Fulvio Bernardini. Ma questo per chi guarda il pallone con sguardo asettico. Per tutti gli altri, per quelli che vivono il calcio e quei due colori con slancio, smania e amore, quel "soltanto" è fuori luogo. Perché il torneo è tanto. Tantissimo. È sentimento, memoria, passione. È nel nome del Capitano di sempre, Agostino Di Bartolomei. È la bandiera che continua a sventolare. È «il suo ricordo ma con gioia», per dirla con la signora Marisa. A lei viene consegnato un mazzo di fiori dai Fedayn. In mezzo al campo anche dal Gruppo Roma, insieme a un quadro che lo ritrae in una delle sue immagini più famose, accompagnata da righe emblematiche: «Punto di riferimento per la sua Roma. Punto d'orgoglio per la sua gente... Ago Capitano onnipresente».

E allora quel gol della Roma segnato su punizione dal ragazzino con i capelli neri e il numero 10, assume tutt'altro significato. Vallo a spiegare ai razionalisti, ai cinici, ai disillusi, agli ultra realisti sempre un pizzico più del re, agli scettici. Diventa una scossa, un corto circuito di ogni visione anaffettiva riferita al pallone. Ammesso che ne esistano. E se sì, sicuramente non da noi, tutti, quelli che sono presenti e quelli che non possono esserci, ma comunque non da chi ha la Roma dentro. Chi se la sente addosso non può non percepire la grandezza di una giornata simile. Basta poco. Pochissimo. Nemmeno il tempo di sbattere le ciglia o spalancare le labbra. Sempre che fino a quel momento non te ne sia reso conto (perché in quel caso vuol dire che ti trovavi in un'altra galassia). Una manciata di minuti, anche meno, e ogni cosa è illuminata. Come per la luce improvvisa di una saetta. Un colpo di fulmine. Infatti ti innamori. Ancora e ancora.

Ti guardi intorno e respiri calcio e romanismo. La giornata per Dibba non poteva che essere all'insegna del binomio. Lo respiri nell'odore acre dei fumogeni che ormai è soltanto un ricordo olfattivo - questo sì, triste - nell'era dei divieti che ti accorgi quanto sono assurdi, guardando che è un bambino ad accenderlo e a tenerlo fra le mani. E tutti si premurano di immortalare con foto e video. E sorridono e quasi tirano su col naso per catturare quell'odore dimenticato. E nessuno protesta. Come si potrebbe con immagini tanto evocative? Impossibile. Il sole batte sul campo di pallone e non è l'unico incanto che richiama alla mente la poesia musicata da De Gregori. In campo scende la leva calcistica del 2005 e due partite del torneo si chiudono ai calci di rigore. Sono quelle senza i ragazzini della Roma protagonisti e forse anche questo è un segno. Ma nessuno ha il cuore pieno di paura e scrosciano applausi anche per chi li sbaglia. Il complesso di suggestioni è davanti agli occhi e occupa l'orizzonte a trecentosessanta gradi.

Sullo sfondo, lontano da (quasi) tutti gli sguardi indiscreti, si staglia un altro grandissimo numero 10, anche lui figlio di Roma, Capitano e bandiera. Che però resta in disparte. Troppo fresco il suo ricordo per non catalizzare ogni attenzione. Ma la giornata ha un altro protagonista e lui funge da trait d'union fra generazioni, anche da lontano. Il piccolo Cristian Totti è in campo, ha le movenze del padre ma un altro numero sulle spalle, quel 9 con il quale papà segnò il primo gol in Serie A. Il piccolo resta a secco, ma poco importa (tranne forse che al diretto interessato, che sgomita su ogni pallone capiti dalle sue parti). Il torneo è incentrato sul 10.

Il tributo è sempre dietro la porta a Sud, dove non c'è Curva soltanto come struttura logistica. Perché in realtà c'è eccome e si fa anche sentire. Ma prima si fa leggere: «Ogni anno con onore ti ricordiamo, ciao nostro Capitano». Vicino al palo opposto un secondo striscione: «Il tuo ricordo non verrà mai scalfito, ogni bambino crescerà con il tuo mito». Non soltanto i bambini con torce e fumogeni in mano. O quelli che calcano l'erba di Trigoria con i colori della Roma e delle altre tre squadre impegnate nel quadrangolare (Salaria Sport Club, Boreale Don Orione, Aurelio Fiamme Azzurre). Anche quelli in tribuna, seduti sulle ginocchia dei genitori, che osservano con le maglie degli idoli di oggi, il simbolo del tempo che fu. Parte ripetutamente il coro «Ooohh Agostino, Agoagoago Agostino goo». Loro osservano, chiedono ai papà, ascoltano i racconti di chi ha vissuto l'epoca d'oro; poi applaudono, qualcuno segue con la vocina flebile di chi ha troppi pochi anni per farsi sentire nitidamente, ma abbastanza per captare, assimilare e ripetere.

Il Capitano è quello di sempre, non appartiene soltanto a una generazione ma a tutte. Che sugli spalti sono perfettamente rappresentate. Ci sono i compagni di Agostino, degli Anni 70 e dello scudetto, chi è cresciuto insieme a lui e chi grazie al suo esempio. Sono seduti tutti vicini e a snocciolarli assumono ancora oggi le sembianze di una formazione di tutto rispetto: Superchi, Peccenini, Chinellato, Nela, Chierico, Scarchilli, Giannini, De Sisti, Conti, Ugolotti, Orlando. C'è Luciano Tessari, lo storico vice di Liedholm, che lo ricorda visibilmente emozionato: «Agostino è stato come un figlio per noi. Ha fatto diventare squadra 20 giocatori. C'è riuscito con l'amore, con la sostanza che aveva lui nel capire di cosa aveva bisogno il compagno. Era un allenatore in campo, così ci ha fatto vincere lo scudetto».

E poi ci sono le sue famiglie a dare il senso profondo alla giornata. Prima di tutto quella naturale, la signora Marisa e il figlio Luca, che quando ne parla lo chiama per nome: «Il senso di questa giornata credo sia ricordare quello che è stato Agostino. Prima che un calciatore è stato un uomo che aveva la fortuna di fare una cosa meravigliosa, un gioco che era anche un lavoro e lo ha fatto con i suoi immensi valori di lealtà e di senso dello sport. È questo che si cerca di trasmettere ai ragazzi che sono qui». Ma accanto c'è anche la famiglia in senso lato, la Roma, con una dirigenza presente e stretta ai Di Bartolomei, che ha voluto fortemente questo torneo dopo avergli intitolato uno dei campi di Trigoria. Perché quella è sempre stata e doveva tornare ad essere casa di Ago.

L'amore per la Roma. La gioia del calcio. I bambini. Non poteva esserci sintesi migliore nella giornata intitolata a lui.