È una questione di categorie. L'egalitè della rivoluzione francese ci appartiene in maniera viscerale, ma pur essendo un concetto sacrosanto, poi nella pratica della vita le cose cambiano. In qualsiasi mestiere, figuriamoci in quello di calciatore.

Ovvero: Borja Mayoral non può essere Dzeko, Karsdorp non è uguale a Spinazzola, Villar deve ancora crescere per sentirsi Veretout. Insomma, ci siamo capiti. La vittoria di ieri sera in Svizzera nel battesimo europeo stagionale, tutto questo lo ha fatto capire in maniera solare. Ci auguriamo che lo abbia capito anche Fonseca che, contro lo Young Boys, all'inizio ci ha presentato in campo una Roma che non vedremo mai più: nove titolari diversi rispetto alla gara con il Benevento, rispolverati chissà da dove Fazio e Juan Jesus (non giocava da tredici mesi), rilanciato Karsdorp dopo appena un paio di allenamenti, cambiato la fascia a Bruno Peres, schierato al centro dell'attacco un Borja Mayoral che, pare, nel tunnel, prima di entrare in campo, abbia chiesto il nome di un paio di compagni che ancora non conosceva. Forse troppo. E la prima ora di gioco lo ha raccontato chiaramente, con una Roma che non era in grado di fare tre passaggi di seguito, giocatori che sembravano non sapere cosa fare in campo, un senso del collettivo che inevitabilmente era rimasto negli spogliatoi.

Soprattutto è sembrato troppo anche rispetto a quei giocatori che ieri sera ha pensato di rilanciare al motto "una chance la voglio dare a tutti". No, così si rischia solo di bruciarli senza possibilità di ritorno. Perché in una Roma tutta diversa, schierata nuovamente con il modulo con tre centrali difensivi e due trequartisti, con giocatori che non avevano mai giocato insieme, il rischio che si corre è quello di andare incontro a una brutta figura come squadra e, singolarmente, di far sembrare più scarso qualsiasi calciatore.
Così Borja Mayoral non potrà ricordare con piacere la sua prima da titolare, Fazio e Juan Jesus magari avranno preso atto di essere sempre più vicini al capolinea, Karsdorp di essere un giocatore che ancora qui deve sbocciare, Villar che deve ancora fare tanta strada prima di potersi sentire un titolare in più. L'unica consolazione, in questo senso, è stato il rilancio di Pau Lopez, tornato a scoprire l'effetto che fa sentire il suo nome nella formazione iniziale, capace di mettere il primo mattoncino nella sua opera di ricostruzione (ottima parata nel finale di partita e pure qualche giusta uscita a cui non avevamo abituati).

Infine, caro Fonseca, è troppo per quello che per noi tutti, tifosi inguaribili e malati, conta l'Europa League. Ci teniamo, tanto, coltivando il sogno di arrivare in fondo nella convinzione che, tra le tre competizioni a cui partecipiamo, è forse quella che potrebbe regalarci un sogno. Ora in Svizzera è stato sufficiente nel secondo tempo mandare in campo Spinazzola, Dzeko, Veretout, Mikytharian e Pellegrini per rimettere a posto le cose, ma nel futuro faccia in modo perlomeno di ribaltare le scelte. Gliene saremmo grati. Perché noi vogliamo continuare a sognare.