Minuto novanta. Di una partita che sembra aver già detto tutto, compresa, udite udite, una doppietta di Bruno Peres che non bisogna aggiungere altro. Il ragazzo con i capelli paglia e fieno che va tanto di moda a Miami, mandato in campo da poco più di una trentina di minuti, amministra un pallone una quindicina di metri all'interno della metà campo della Roma. Uno pensa: dove vuoi che vada? In Paradiso. Perché si accende il talento del campione. Parte. E va dove lo porta la classe dei predestinati. Forse non sa neppure lui quello che succederà, ma sa che qualcosa succederà. Si materializza la grande bellezza. Un giocatore della Spal prova a fermarlo all'inizio di quella corsa, non può farci niente, perché quei capelli paglia e fieno vanno dritti verso la porta. C'è un difensore che prova a metterglisi davanti, lo salta come se non ci fosse con una finta, in corsa, che ci ha ricordato il miglior Menez. Lui continua ad andare dritto. Arriva un altro avversario, neppure lo sente, poi un altro, lui rallenta quella corsa, un dribbling a rientrare per sistemarsi il pallone sul piede preferito, poi quel sinistro che si è sentito il botto pure in televisione, pallone sotto la traversa, sesto gol di una partita che sembrava aver detto tutto e invece doveva ancora farci vedere Nicolò Zaniolo. Il predestinato. Il talento del campione. Il ragazzo che non deve chiedere mai. Il giocatore, se lo ricordino tutti, con cui è cominciato il dopo Francesco Totti. Il nuovo orizzonte di una tifoseria che aveva bisogno di uno come lui per tornare a sognare.

È stata, quel gol, come la chiusura di un cerchio. Dopo che nell'ultima settimana intorno al ragazzo con i capelli paglia e fieno, si era detto di tutto e di più, qualche volta anche a sproposito: i rimproveri di Fonseca e Mancini dopo quella mancata rincorsa nel finale della partita contro il Verona; le successive voci di un'aggressione verbale negli spogliatoi nel dopo partita di quella partita; il ragazzo che si offende e mette il muso; apriti cielo; l'affaticamento muscolare che lo costringe a disertare la partita contro la sua vecchia e non tanto cara Inter; i controlli medici; il ritorno ad allenarsi da solo; l'annuncio di Fonseca di non volerlo rischiare contro la Spal; la retromarcia, dopo qualche ora, Zaniolo convocato per Ferrara perché si è fermato Under; l'iniziale panchina. Poi, vai in campo Nicolò, con tanto di abbraccio con quel Mancini con cui c'era stato quello screzio nel finale della gara contro il Verona. Un abbraccio che poi i due hanno ribadito dopo il fischio finale, come per far vedere al mondo che certe cose possono succedere in campo, ne succedono un milione, ma rimangono in campo, dopo amici come prima. E, come se non bastasse, appena pochi minuti dopo la fine della goleada con la Spal, Nicolò nostro, oggi si usa così, maledetti benedetti social, ha postato su Instagram una foto negli spogliatoi di Ferrara, abbracciato a Mancini, con tanto di parole che non possono essere equivocate: «Tutto apposto (cuore rosso che non si nega a nessuno di questi tempi) da sempre per sempre fratellone @gianlucamancio 23», giusto per far capire anche a chi non vuole capire. Come aveva fatto già nella giornata di ieri con una dedica d'amore verso la (nuova) maglia della Roma, «…davvero ti amo…», lui con il numero ventidue, e poi insieme a Nicolò, la dedica di Pellegrini, maglia numero sette, ventidue, sette, ventidue luglio, la ricorrenza cara ai tifosi.

Quel gol, dicevamo, è stato come la chiusura del cerchio pure da un punto di vista fisico, dinamico, tecnico. Pensateci bene. Il ragazzo con i capelli paglia e fieno si fece male il dodici gennaio scorso, stadio Olimpico, partita contro la Juventus. Quella sera come ricorderete, perché i tifosi giallorossi hanno una memoria che non li tradisce, Zaniolo partì palla al piede proprio come ieri sera, puntando verso la porta avversaria, seguendo il suo talento. Si alzarono tutti quella sera all'Olimpico di fronte a quella manifestazione paradisiaca di calcio del ragazzo. Solo che quella volta l'impatto con i difensori della Juventus, si trasformò nella rottura del crociato che per sei mesi (compresa la pandemia) lo ha tenuto lontano dai nostri occhi ma non dal nostro cuore. Ecco, è come se ieri sera a Ferrara, pur nella consapevolezza della diversità dell'avversario, il ragazzo con i capelli paglia e fieno avesse concluso quella corsa cominciata il dodici gennaio scorso. Conclusa da campione. Quasi fosse l'inizio di una nuova carriera, la ripartenza di un ragazzo che sembra proprio destinato a lasciare una traccia nel nostro calcio. Anzi, per noi che abbiamo il cuore mezzo giallo e rosso, una traccia nella nostra Roma che questo talento deve provare, in tutti i modi, a tenerselo, oggi, domani, dopodomani. Può diventare l'orizzonte di tutti quelli che pensano, vivono, respirano giallorosso. Perché uno come questo ragazzo con i capelli paglia e fieno, non c'è nessuna carta di credito, araba, americana, russa, che possa comprarlo.