Nessuno squillo di tromba, per carità: l'unica musica che risuona a giusta ragione nello stadio Olimpico, il suo stadio, è quella immortale del maestro Morricone. Niente peana, ma un sorriso sì, almeno per noi che siamo quaggiù e abbiamo tribolato come mai prima in questa stagione, fino alla benedetta-maledetta ripresa. Un sorriso forse strappato anche lassù, a chi si definiva «più romanista che musicista» e non può non aver provato soddisfazione per il ritorno alla vittoria. Sofferto più nel punteggio che nei fatti: Pau ha toccato il pallone con le mani soltanto in pieno recupero, la difesa è sembrata finalmente solida, se si eccettua la sbavatura iniziale che ha causato il rigore. Lo stesso risultato in bilico fino all'ultimo secondo è frutto esclusivo delle imprecisioni sotto rete, prime fra tutte quelle dovute alla leggerezza di Villar, che non hanno permesso di chiudere in anticipo una partita che è stata a senso unico per oltre ottanta minuti. Il difetto principale di questa squadra resta lo stesso di sempre: la scarsa cattiveria davanti, almeno quando si costruisce tanto come ieri. Tanto che a sbloccarla ci hanno pensato i giocatori più solidi, nel giorno in cui Dzeko non è sembrato al top: Veretout, vero e proprio motore del gruppo, figurato e reale; e Mkhitaryan, che all'indiscutibile classe unisce un'agognata concretezza. Per fortuna il carattere non è mancato nel resto del campo, invocato da Fonseca alla vigilia e per una volta soddisfatto dalle risposte dei suoi. Quell'avvio devastante avrebbe tranciato le gambe, se non fosse risalita quella voglia di non arrendersi latitante nelle ultime settimane, che è poi la richiesta minima ma indispensabile da rivolgere alla squadra in questa fase. Il ritorno-shock in questa appendice estiva di campionato ha annullato ogni velleità, rimandando i sogni di gloria ad agosto, quando si giocherà l'Europa League, da affrontare necessariamente col piglio giusto. Ma la Roma ha il dovere di non abbassare la guardia fino ad allora e difendere il difendibile con la stessa (e se possibile anche maggiore) tigna mostrata col Parma. Il quinto posto è davvero il minimo sindacale, ma non si può conservare se non aumentando i ritmi fino a tornare la squadra dello scorso autunno. Per farlo serve umiltà. Umiltà. E umiltà. Ovvero la premessa per trasformare il sorriso liberatorio di ieri in uno ben più convinto. E orgoglioso. La vera Mission della Roma.