Dove eravamo rimasti? Anzi, dove saremmo rimasti? A Cagliari, inizio marzo: tre mesi fa. Con una di quelle vittorie al cardiopalmo capaci di strapazzare il cuore di ogni tifoso. Un vero e proprio elettrocardiogramma sotto sforzo, le montagne russe: sette gol tra felicità e paura. E poi? Il poi è storia. E la racconteranno i libri. Perché anche i nipoti dei nostri figli leggeranno di quei mesi in cui l'Italia è rimasta chiusa dentro casa a cantare sui balconi, a riempire i carrelli dei supermercati e a dire che sarebbe andato tutto bene. Anche se poi bene non è andata per niente. Ma torniamo a noi, dentro un campo di calcio. Senza farsi venire, però, la tentazione di guardarsi intorno perché saremmo assaliti da una tristezza infinita: una interminabile serie di seggiolini vuoti dentro cattedrali spente. Quei seggiolini vuoti siamo noi. Noi che alimentiamo questo sport con slancio e retorica, noi che senza i nostri sogni, e la nostra capacità di rimanere bambini, tutto questo circo non sarebbe nulla. Perché se al calcio togli i tifosi rimane un concerto senza musica, il mare senza potersi fare il bagno, il Natale senza regali.

La sapete una cosa? Da quando è ricominciato il campionato non ho ancora visto un solo minuto di una partita. Zero. Nessun interesse. Anche se poi, lo so, questa sera - cascasse il mondo - accenderò la televisione e mi metterò a guardare la ROMA. Quei ragazzi che interpretano il sogno mio, quella squadra capace di dar vita all'ideale che mio padre, con naturalezza e passione, mi ha trasmesso fin da quando ero un ragazzino. Questa mia, nostra, debolezza è - ahimè - la forza di chi ha fatto ripartire il carrozzone. Perché poi, in qualche modo, è da giorni che ci penso. Che l'aspetto. Come d'estate quelle amichevoli estive senza senso ma per le quali, però, sarei e saresti capace di rivoluzionare la tua giornata pur di guardarle e scoprire i nuovi acquisti, la nuova maglia. Pur di vedere, insomma, la ROMA trotterellare contro una selezione di boscaioli che calciano al volo peggio di quel tuo amico che, quando fate le squadre, finisce sempre come alternativa al pallone. Perché non è il blasone dell'avversario il motivo d'interesse di una partita della ROMA ma la ROMA stessa, sempre. E così questa sera nessuno riuscirà a resistere a questa nostra dipendenza. Anche se poi, ogni volta che le telecamere inquadreranno gli spalti vuoti, verremo assaliti da un magone, e un'incazzatura, così forte da farci venire la tentazione di spegnere il televisore. Ho paura che, però, non riusciremo a farlo…